The Long and Winding Road verso il sigillo

Le idee di Andrea Rizzi (iscritto a ruolo nel 2022)

Provo a inserirmi tra gli interessanti contributi letti ultimamente su Federnotizie sul tema dell’accesso, con qualche semplice riflessione a partire dalla mia personale esperienza concorsuale (particolarmente lunga e sofferta) e con l’avvio della professione (che ancora sto penando), sperando possano risultare di qualche utilità all’interessante e necessario dibattito in corso.

Abbiamo sempre fatto un vanto, Notai e aspiranti, del difficile esame attraverso il quale veniamo selezionati; ma il crollo dei praticanti e l’incremento delle percentuali di promozione iniziano a minare questo assunto e il futuro della categoria.

Negli ultimi vent’anni, il Notariato ha perso posizioni sotto il profilo economico e ancor di più ha perso prestigio sociale, mentre paradossalmente aumentavano l’impegno che ci viene richiesto e le responsabilità: sicché le ragioni di un calo di appeal della professione paiono lampanti.

Credo tuttavia che questa carriera, anche considerando i numeri delle facoltà di Giurisprudenza e il confronto con altre possibilità lavorative offerte dal settore, rappresenterebbe ancora una prospettiva oggettivamente allettante per i giovani: lo sarebbe, almeno, se questi la conoscessero.

Personalmente, in tutto il mio percorso universitario ho incontrato un unico Notaio, per un paio di lezioni; nessuno durante il liceo. Se non avessi avuto occasione di conoscere aliunde la professione, non avrei mai intrapreso questa strada e probabilmente nemmeno gli studi giuridici. E non è una situazione nuova: ricordo con affetto i racconti di mio nonno sulle vicissitudini che l’hanno condotto al sigillo, partendo dalla facoltà di filosofia.

Sono quindi convinto che, per porre rimedio a questa vera e propria crisi di vocazioni, dovremmo anzitutto spiegare chi siamo e cosa facciamo agli studenti, entrando in prima persona e diffusamente nelle scuole superiori e nelle università: il che presuppone la disponibilità di molti di noi a un massiccio impegno, oltre allo sviluppo di contatti e convenzioni a livello istituzionale.

Dovremmo poi curare l’immagine che diamo di noi all’esterno, in particolare ai praticanti e agli studenti. Mi sembra che indugiamo volentieri nel lamentarci e nel commiserarci: certo a ragion veduta, ma dando per scontato e mettendo in ombra quanto di bello, stimolante, gratificante (anche economicamente, se allarghiamo un po’ lo sguardo) c’è nella nostra professione. E finendo per scoraggiare quanti potrebbero imboccare la stessa strada.

Anche la rappresentazione del concorso merita aggiornamento: finché la narrazione è quella di una selezione impossibile, di un percorso lunghissimo e aleatorio, al termine del quale attendono una mole di lavoro insostenibile, responsabilità eccessive e poche soddisfazioni, la prospettiva non può risultare attraente.

In realtà, le percentuali di successo negli ultimi bandi non sono così proibitive, la prospettiva di iniziare a lavorare intorno ai 30 anni è statisticamente realistica e dobbiamo ben riconoscere che l’attività di un giovane Notaio dopo 5 o 10 anni continua ad essere mediamente più soddisfacente e remunerativa rispetto a quella di un avvocato con analoga anzianità.

Dovremmo insomma svecchiare la nostra immagine e diffondere l’idea di una selezione seria ma affrontabile con la preparazione adeguata e di un avvio della professione non facile né veloce ma nemmeno avaro di gratificazioni e opportunità.

Altro orgoglio, che spesso rivendichiamo rispetto al concorso, è la sua eguaglianza e anzi la sua importante funzione di ascensore sociale.

Senonché, l’impegno richiesto in termini sia economici che di tempo non è esattamente alla portata di tutti. La frequenza di qualche scuola privata è, ormai da decenni, pressoché inevitabile e i costi non irrilevanti; portare avanti lo studio parallelamente a un lavoro con cui mantenersi – non dico costruire una famiglia, aspetto non secondario per quanti non superano l’ostacolo al primo o al secondo tentativo – non è certo facile.

Per questo credo che la categoria (non so dire se attraverso la Cassa o con quali modalità) dovrebbe impegnarsi seriamente per abbattere questa barriera economica all’accesso. E se mirassimo realisticamente a produrre un risultato effettivo, non solo simbolico, occorrerebbe stanziare borse di studio in un numero significativo, di durata adeguata (non superare il concorso ai primi tentativi non è sinonimo di scarsa meritevolezza) e contemplare la frequenza delle scuole private.

Arriviamo così al tema della formazione. Sento spesso contrapporre l’impegno a trasmettere la dimensione etica, deontologica e quotidiana del nostro lavoro con l’obbiettivo di fornire invece quell’armamentario di strumenti e accortezze utili solo nei fatidici tre giorni all’Ergife.

La vera sfida sarebbe creare un percorso formativo che integri questi due aspetti, formare buoni Notai e allo stesso tempo massimizzare le loro probabilità di vincere il concorso. Più modestamente, se lasciamo alle scuole private ciò che sanno fare meglio, quelle istituzionali potrebbero concentrarsi su aspetti che le prime trascurano, per essere complementari: necessariamente con un occhio alla compatibilità di tempi, modalità e costi, se necessario arrivando a prevedere la frequenza obbligatoria per garantire una formazione completa ed equilibrata alle nuove leve.

Ritengo però ancor più urgente rivalutare il ruolo della pratica e del tirocinio. Personalmente ho frequentato a lungo gli studi dei miei mentori, lavorandoci poi per anni: quanto ne ho ricavato non è francamente sostituibile da alcuna scuola. Ma ho anche conosciuto vari colleghi, che spesso hanno superato il concorso ben più giovani di me, limitandosi a incontrare il proprio dominus per la firma dei certificati e poco più.

Eppure, io mi sono trovato in seria difficoltà (immagino loro!) al momento di avviare la mia attività: perché da praticanti, tirocinanti, collaboratori o dottori di studio, difficilmente ci occupiamo delle fatture elettroniche, del conto corrente dedicato, degli adempimenti, del repertorio e di molti altri aspetti con cui ci troveremo poi fatalmente a fare i conti da soli.

Dovremmo quindi sensibilizzare praticanti, tirocinanti e colleghi che li guidano sull’importanza capitale di questi periodi, fornendo indicazioni per sfruttarli appieno; nonché immaginare modalità che consentano di conciliarli e integrarli meglio con i percorsi formativi, la frequenza delle scuole, lo studio, le esercitazioni e anche con le ovvie necessità economiche degli aspiranti.

Dovremmo, inoltre, avere il coraggio di ammettere che, su questo campo, si sono commessi degli errori: ridurre la durata della pratica e consentirne lo svolgimento mentre ancora si preparano gli ultimi esami universitari e si scrive la tesi, e magari già si bazzicano le scuole notarili, certo non aiuta a farne tesoro.

Superato il concorso, non possiamo considerare concluso il capitolo dell’accesso senza occuparci della delicata fase di avvio della professione. Io ammetto di esserci arrivato veramente sprovveduto.

Per mia fortuna ho potuto contare su un contesto familiare e non ostile (immagino chi è stato costretto a cominciare in un grande distretto molto lontano da casa), oltre che sulla generosa disponibilità di alcuni colleghi e delle loro collaboratrici esperte; eppure, per almeno un anno ho faticato a coprire le spese e a dormire di notte. Credo quindi che sarebbe importantissimo essere seguiti e aiutati in questa fase, anche se non saprei indicare come.

Dal punto di vista economico, il prestito d’onore in convenzione con la Cassa è stato utile, specialmente per la facilità e rapidità di erogazione, ma quantitativamente ben al di sotto delle spese iniziali. Lo stesso vale per l’integrazione degli onorari, che ho richiesto nel primo anno di attività. Questi strumenti vanno incrementati, se vogliamo aiutare chi inizia e non spingerlo verso soluzioni associative magari a condizioni inique o addirittura poco professionali.

Un aiuto che avrebbe fatto veramente la differenza, sarebbe stato quello di un collaboratore esperto, o almeno la possibilità di formarne uno presso uno studio avviato: due chimere, per chi non vuole associarsi.

Per quanto riguarda più da vicino la disciplina del concorso, che non ritengo l’aspetto centrale della questione, sono certo che la semplice garanzia di una cadenza annua regolare per lo svolgimento delle prove scritte costituirebbe un miglioramento importante nella vita degli aspiranti Notai: non mi spiego come questa banale esigenza organizzativa possa ancora restare insoluta!

Più complessa, ma altrettanto utile, sarebbe una riduzione dei tempi di correzione. Credo che ciò richieda l’aumento del numero dei commissari e della quota riservata ai Notai, l’incremento delle sottocommissioni e delle giornate in cui operano; ovviamente prevedendo una retribuzione proporzionata, senza la quale non si reperirebbero i commissari necessari. Ma già solo tagliare i tempi morti e burocratici (ogni bando comporta un calvario di dilazioni, termini e rinvii) sarebbe un passo avanti.

Concordo con quanti ritengono ormai ineludibile introdurre, fin dagli scritti, tutto quanto attiene la tassazione degli atti e almeno agli orali anche l’informatica giuridica, la tassazione diretta, l’antiriciclaggio. Una valutazione che coinvolga aspetti prettamente pratici e deontologici sarebbe più che opportuna, ma difficile da organizzare e da conciliare con le esigenze di celerità. Invece eliminare la trattazione teorica degli istituti probabilmente gioverebbe, consentendo a candidati e commissari di concentrarsi sull’atto e sulla motivazione.

Infine, sono convinto che i grandi problemi che affliggono la nostra professione non possano che riflettersi anche sull’accesso.

L’assenza di una tariffa che impedisca una sfrenata concorrenza al ribasso degli onorari ed eviti di svilire il nostro ruolo; l’assurda concentrazione di una gran mole di lavoro presso alcuni grandi studi, che poi finiscono per assorbire (o fagocitare) i colleghi più giovani o meno spigliati; i rapporti scorretti con procacciatori, banche e agenti immobiliari, che mortificano e abbruttiscono la nostra professionalità e avvelenano i rapporti. Ne abbiamo parlato l’anno scorso a Genova, ma urgono iniziative concrete e decise, se vogliamo che la nostra professione torni ad essere rispettata e magari ambita dai giovani.


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