DAT, suicidio assistito, eutanasia: breve replica ad Arrigo Roveda

di Marco Schiavi

Ho letto l’articolo di Arrigo Roveda pubblicato su Federnotizie il 16 settembre 2026 e due affermazioni, nonché la dedica finale, hanno richiamato la mia attenzione.

La “Chiarezza”

“Tutto chiaro quindi? Per nulla.”

Le sentenze in tema di suicidio assistito della Corte costituzionale (242/2019, 135/2024, 66/2025, 152/2026) riguardano l’articolo 580 del codice penale, ovvero la norma che punisce chi “agevola in qualsiasi modo” il suicidio altrui con la reclusione da cinque a dodici anni.

La distinzione tra suicidio ed eutanasia dal punto di vista penale è netta: se l’ultimo anello della catena causale (“azionando con la bocca uno stantuffo, l’interessato aveva iniettato nelle sue vene il farmaco letale”, ovvero il caso di Fabiano Antoniani, come descritto nella sentenza 242/2019) è posto in essere dal paziente, la fattispecie è qualificabile in termini di suicidio, se è opera di altri è omicidio del consenziente ai sensi dell’articolo 579 del codice penale.

La volontà del suicida deve essere libera, consapevole, non viziata.

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Con le DAT non è solo una questione tecnica: due concezioni a confronto

Nell’articolo di Arrigo Roveda pubblicato recentemente su queste pagine il punto centrale è giuridico: egli ricostruisce una continuità tra consenso informato, rifiuto delle cure, DAT e suicidio medicalmente assistito, per poi sostenere che sarebbe difficilmente comprensibile consentire il suicidio assistito alla persona ancora capace e impedirne, invece, l’attivazione tramite DAT quando la capacità sia venuta meno.

Vorrei sollevare alcune obiezioni che riguardano le premesse antropologiche e politiche che Arrigo assume come se fossero neutrali (precisando che eventuali valutazioni religiose esulano da queste poche righe).

1. La cosiddetta “autodeterminazione” non è una premessa neutrale, ma una precisa scelta antropologica

Roveda costruisce tutto il ragionamento assumendo che il principio decisivo sia la continuità dell’autodeterminazione individuale: se posso rifiutare un trattamento che mi mantiene in vita, perché non dovrei poter ottenere anticipatamente anche un aiuto attivo a morire?

Ma proprio questo passaggio contiene già una concezione dell’uomo: quella secondo cui la dignità dipende in larga misura dalla possibilità del soggetto di determinare autonomamente le condizioni della propria esistenza e della propria morte.

A questa – legittima – concezione se ne contrappone un’altra, per noi più nobile, che possiamo definire “concezione relazionale della persona”, nella quale libertà, fragilità, dipendenza e responsabilità reciproca non sono elementi estranei alla dignità umana.

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Disposizioni anticipate di trattamento e suicidio medicalmente assistito

Il prossimo 31 gennaio 2027 compirà 9 anni la legge 22 dicembre 2017 n. 219[1] e tanta acqua è passata da allora sotto i ponti.

Per affrontare il delicato tema del rapporto tra le Disposizioni Anticipate di Trattamento (spesso erroneamente chiamate con un’espressione fuorviante “testamento biologico”) e il Suicidio Medicalmente Assistito  è necessario ricordare che la legge 219 è stata approvata anche a seguito di un acceso dibattito che ha avuto uno snodo decisivo nella nota sentenza dell Corte di Cassazione sul caso Eluana Englaro[2].

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