L’atto pubblico quale titolo esecutivo per il rilascio ed il suo impiego nelle locazioni immobiliari

a cura di Tullio Alberto Lops, notaio in Pistoia

L’atto pubblico ricevuto dal notaio è titolo esecutivo non solo per la riscossione forzata delle somme dovute in virtù del medesimo, ma anche per l’esecuzione forzata degli obblighi di consegna di beni mobili e di rilascio di beni immobili. Pertanto, ove la locazione sia conclusa nella forma dell’atto pubblico ed occorra procedere allo sfratto di un conduttore moroso o licenziato, il proprietario potrà avviare direttamente l’esecuzione forzata richiedendo all’Ufficiale Giudiziario la notifica del precetto e dell’avviso di rilascio.

Le riflessioni che seguono vertono sulla possibilità di estendere l’attività notarile ad un campo ancora poco battuto: quello delle locazioni. Senza alcuna pretesa di esaustività[1], verranno evidenziati i vantaggi conseguenti alla stipula del contratto di locazione nella forma dell’atto pubblico rispetto a quella della scrittura privata la quale, ove autenticata, costituisce titolo esecutivo solo per la riscossione coattiva delle somme dovute in virtù della medesima.

Esaminati brevemente i termini processuali e le principali variabili connesse al giudizio di sfratto, si darà quindi conto della valenza dell’atto pubblico quale titolo esecutivo per il rilascio. Verrà quindi tratteggiata la fase esecutiva, per poi individuare il contenuto minimo dell’atto. Da ultimo, si passeranno in rassegna alcune ipotesi applicative.


Sommario: I) La particolare realtà delle locazioni – II) L’iter giudiziario per ottenere il provvedimento di sfratto – II.1) I tempi per la notifica – II.2) L’udienza di convalida e le tutele del conduttore – II.3) L’eventuale passaggio dal rito sommario al rito speciale – II.4) Il provvedimento di rilascio – III) Il titolo esecutivo quale unica condizione dell’azione esecutiva – IV) L’atto pubblico quale titolo esecutivo per il rilascio – V) L’esecuzione forzata dell’obbligo di rilascio e le opposizioni dell’esecutato – V.1) Il contenuto dell’atto pubblico – VI) Ipotesi applicative – VII) Considerazioni finali


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La funzione notarile di certificazione e le recenti riflessioni della Cassazione sulla c.d. “precostituzione di prova”

A cura di Corrado De Rosa

La Corte di Cassazione, con Sentenza n. 19570 del 30 settembre 2016, ha affrontato un caso di indubbio interesse, tanto per i suoi risvolti deontologici quanto per quelli più direttamente afferenti al ruolo e alle funzioni del notaio.

La causa ha origine in un procedimento disciplinare: è stato contestato ad un notaio di aver violato l’art. 28 L.N., per aver ricevuto un atto di accertamento dell’esistenza di un testamento smarrito, con ciò sostituendosi ai compiti dell’Autorità Giudiziaria e violando dunque i principi di ordine pubblico che sorreggono l’amministrazione della giustizia.

In particolare il notaio, a quanto consta, aveva stipulato un atto nel quale gli eredi del de cuius avevano presentato una fotocopia di un testamento, dichiarando l’originale irreperibile, e avevano dichiarato di voler dare esecuzione alle volontà testamentarie (attuando, si immagina, una conferma ai sensi dell’art. 590 c.c.).

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Patti (prematrimoniali) chiari e amicizia lunga

a cura di Armando Salati

Sono ormai già tre le sentenze della Corte di Cassazione (23713/2012, 19304/2013, 4210/2014) che aprono, pur con riserve, ai finora tanto osteggiati “patti prematrimoniali”.

In tre occasioni la Suprema Corte ha affermato la validità di particolari pattuizioni formulate dai coniugi prima del matrimonio (ma anche durante) in vista di una, seppur scongiurata, crisi dello stesso.

Giurisprudenza e dottrina: un breve sguardo al passato

La Cassazione risalente (6857/92) giudicava i patti prematrimoniali nulli perché aventi causa illecita.

Tale illiceità era riscontrabile nel fatto che detti patti potevano impedire la libera disponibilità dello status di coniuge (ad esempio mediante una clausola che prevedeva una grave sanzione economica in caso di richiesta di divorzio, coartando gravemente la libertà del coniuge di divorziare) oppure, se stipulati al fine di concordare preventivamente l’assegno divorzile, rischiavano di rendere vana la sua “funzione alimentare”.

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