L’evoluzione del certificato di agibilità dei fabbricati e la prassi notarile

del notaio Paolo Tonalini

Il concetto di abitabilità degli edifici fa ingresso nel nostro ordinamento con l’art. 221, primo comma, del regio decreto 27 luglio 1934, n° 1265 (testo unico delle leggi sanitarie), secondo il quale gli edifici urbani o rurali, o parti di essi, di nuova costruzione, oppure già esistenti ma oggetto di ricostruzione o sopraelevazione, ovvero di modificazioni che comunque possono influire sulle condizioni di salubrità, non possono essere abitati senza autorizzazione del podestà, il quale la concede quando, previa ispezione dell’ufficiale sanitario o di un ingegnere a ciò delegato, risulti che la costruzione sia stata eseguita in conformità del progetto approvato, che i muri siano convenientemente prosciugati e che non sussistano altre cause di insalubrità.

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L’obbligazione professionale del notaio non si estende alla verifica dell’abitabilità dell’immobile: nota alla sentenza della Cassazione del 13 giugno 2017 n. 14618

Il caso

In esecuzione di un contratto preliminare, Tizio ha stipulato con Caio un contratto definitivo di compravendita, avente ad oggetto un immobile dichiarato abitabile con dichiarazione del Sindaco.

Solo dopo l’acquisto, Caio ha accertato, presso gli uffici comunali, che l’immobile era, in concreto, parzialmente privo di abitabilità.

Pertanto egli ha convocato in giudizio sia il venditore, chiedendo la risoluzione del contratto per inadempimento, ai sensi dell’art. 1453 c.c., e il risarcimento del danno, sia il notaio, per responsabilità professionale a causa della mancata verifica dell’assenza dell’abitabilità.

La parte venditrice ha eccepito l’insussistenza dei presupposti per la risoluzione, in quanto la dicitura “sottotetto non agibile” era contenuta soltanto nel verbale di ispezione dell’Ufficiale Sanitario, il quale aveva comunque concesso il nulla osta alla dichiarazione di abitabilità.

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