Stanno uccidendo i notai

STANNO UCCIDENDO I NOTAI - LIBRO DI REMO BASSETTI

Anche quest’anno è arrivata l’ora degli auguri di Buone Vacanze. E anche quest’anno vi salutiamo con un articolo diverso dai soliti. Non uno di quegli articoli utili che vi segnalano novità o approfondiscono un tema complesso. Non uno di quegli articoli “politici” che fanno arrabbiare circa la metà dei lettori (perché se un articolo politico non fa arrabbiare qualcuno è un articolo inutile).

Vi salutiamo con un estratto del primo capitolo del romanzo “Stanno uccidendo i notai” pubblicato qualche anno fa dal collega Remo Bassetti. Chi volesse proseguire la lettura, incuriosito dall’incipit, lo trova nelle principali librerie on line insieme ad altre pubblicazioni dello stesso autore tra cui l’ultimo romanzo “Una Gran…”.

Stanno uccidendo i notai.

Sorridiamo perché qualcuno penserà che i notai li stia uccidendo chi ha definitivamente sdoganato le assemblee in videoconferenza, mentre altri penseranno che i notai li stia uccidendo chi pone resistenza all’atto a distanza.

Neppure le vacanze riusciranno a risolvere il dubbio.


Articolo 1

Dove si introducono i protagonisti della nostra storia, un notaio viene ucciso e si stipula un contratto fra un cliente e una prostituta

La struttura del cartello originariamente doveva essere molto snella.

Avevo pensato a una cosa del tipo:

IN QUESTO STUDIO SPEGNETE QUEI C… DI CELLULARI

In realtà io non amo il camuffamento del turpiloquio fallico dietro i puntini sospensivi. Mi pare una roba democristiana, una scolorita mediazione. Trovassi una frase del genere, che so, all’inizio di un romanzo, diventerei una belva.

Ma qui stiamo parlando di uno studio notarile. I puntini sospensivi, in quel contesto, sarebbero già stati un capolavoro d’arditezza. E comunque, secondo il mio obiettivo, contraddetto l’atteso aplomb del notaio che, se proprio viene preso dal prurito di contenere con apposita segnaletica la flatulenza dodecafonica delle suonerie, gli aborti conversativi germinati dal dove sei?, l’operosità da alveare degli estensori di sms, scrive (in piccolo): «Si prega gentilmente di astenersi salvo necessità dall’uso dei telefoni cellulari durante la lettura dell’atto» (e incappa nel cliente che gli ribatte: E lei? Lo ha spento il suo, notaio? A me non potrebbero dirlo, perché non lo possiedo. Ho coniato questa frase snob quando, nel passare attraverso qualche metal detector, mi fanno: lasci qui il cellulare. Non posseggo cellulare).

Ma montava il desiderio di un più ampio regolamento di conti con i malvezzi della clientela. Perché non proibire anche una frase stupida come Se rinasco faccio il notaio, epigramma da discount che, al momento di onorare la parcella, una buona percentuale dell’utenza si sente in obbligo di pronunciare? O vietare quell’omaggio, quel florilegio verbale con il quale i clienti più melliflui cercano di accattivarsi la mia benevolenza (ma il notaio è lei! Così giovane! E con una giacca colorata! Ci aspettavamo un signore anziano e grigio!), con il solo risultato di proiettarmi con la mente vent’anni più in là, quando il loro silenzio bovino mi annuncerà che sono esattamente quello che si aspettavano (anziano e grigio), quando il mio declino fisico mi sigillerà eternamente dentro quel vieto cliché, come una mummia in un sarcofago.

E perché non interrompere una lunga tradizione di untuoso cicaleccio, dettato dalla mercantile convenienza, dalla rigidità del ruolo, dalla piemontesità dell’habitat, e stilare una formale lista di proscrizione degli elementi di maggior disturbo? (Ma notaio! È uno studio notarile! Per la precisione: Lorenzo Capasso e Amalia Cortese associati, notai in Torino, corso Re Umberto 32).

Associati. Volete un consiglio? Non vi mettete mai a fare lo stesso lavoro di vostra moglie. Non lo dico per scaricare la responsabilità del mio fallimento matrimoniale sulla professione, sarebbe andata comunque com’è andata. È che ce ne sono già sempre motivi di incomprensione, dall’affievolirsi della passione alla temperatura dell’idromassaggio, senza necessità di aggiungerne di ulteriori.

Anche quel giorno il mio stato di irritabilità si gonfiava nel ripassarmi mentalmente le parole con cui Amalia aveva catechizzato le segretarie la sera prima. Il cliente è un bambino, voi non dovete stare a spiegare troppi fatti… lei deve considerare questo, deve stare attento a quest’altra cosa, eheh, ma ’sti ccose magari succedono veramente e uno fa pure la figura dello schiattamuorto… lui deve venire qua rilassato e rilassato se ne deve andare, come fosse una seduta di yoga… deve stare in estasi, scordarsi i soldi che tiene in tasca, essere felice di posarli qua dentro… pure per voi è n’ata soddisfazione vestire in un certo modo… qua dobbiamo sfilare con dei completini che se trase Armani in persona si deve mettere scuorno… e poi mica siamo ai tempi di Werthèr, se ci scappa una mano sul sedere non è che uno sempre si deve scandalizzare… a proposito sto facendo studiare una poltrona che massaggia i glutei… di là mettiamo una sala con i videoclip per chi aspetta, ch’amma fa cu ’sti rriviste… so superate, superate… dove mò sta l’archivio ci può stare benissimo una bicicletta da spinning… e del resto i fascicoli non li possiamo conservare in eterno, mica putimmo murì suffucate dalle carte… mi raccomando non una parola con quello dentro né con la zoccola che si tiene nell’altra stanza… oramai ci siamo, poche settimane e risolviamo la cosa… festeggiamo a spumante e buste paga… un altro aumentino ve lo portate a casa. E io masticavo fiele da dietro la porta, origliando come i maggiordomi.

Sino a prova contraria lo studio era ancora mio, al cinquanta per cento (Capasso e Cortese associati). Doveva spianarlo con le bombe prima di farne un centro di fitness, una casa di appuntamenti o un ritrovo new age. Così passai la nottata a ruminare dispettose irreggimentazioni dei clienti, altro che massaggi del sedere. Come spesso capitava, io e Amalia manco ci incrociammo per la casa. Lei era rimasta fuori sino a tardi e a dormire da qualche tempo andavamo in camere separate.

Partendo dalla questione dei cellulari, buttai giù un diktat con una ventina di prescrizioni e lo dotai di una forma grafica tonitruante. Arrivai di buon’ora in studio, evitai l’inciampo nelle dune della moquette all’ingresso e scongiurai il rischio di partire sul parquet appena lustrato dalla cera come un motoscafo dei contrabbandieri inseguito lungo la costa (perché non ti preoccupi di quello, Amalia? Perché non spieghi a quel nerboruto microcefalo delle pulizie, da te stimato e protetto, che un giorno qualche malcapitato ottuagenario venuto per fare testamento defunge prima di redigere per iscritto le sue volontà e i parenti ci citano per danni?).

Sbattei di mala grazia il cartello sul banco di accettazione davanti a Doriana, che aprì le sue spallucce di scricciolo e mi rivolse uno sguardo interrogativo.

«È da affiggere vicino alla sala stipula.»

Doriana lo scrutò rapidamente, abbastanza da farsi un’idea del contenuto, e sbiancò, certo paventando la reazione di mia moglie e probabilmente valutando di quali sistemi disponeva per differire l’esecuzione dell’ordine. Il modo per distrarmi mi raggiunse alle spalle mentre mi avviavo verso la mia stanza.

«Ha letto del notaio Brigatti?»

Mi voltai lentamente. Non era il nome che mi suscitava curiosità, ma la possibilità che di lui si potessero occupare le cronache. Brigatti era una figura mitologica, a metà tra il notaio e l’unicorno. Mai incontrato a un convegno, a una riunione, all’assemblea annuale, in una banca, per strada. A farlo emergere dall’anonimato provvedeva ogni tanto un potenziale cliente, venuto a chiedere un preventivo. «Mi spiace, il suo collega Brigatti mi fa mille euro di meno.»

Doriana ora mi porgeva il giornale con una foto e un grande titolo.

«È stato ucciso.»

Il diversivo era riuscito. Afferrai il giornale e andai a leggerlo alla mia scrivania.

Brigatti era stato ritrovato accoltellato alla schiena nel suo studio. I familiari, non vedendolo rincasare, lo avevano cercato lì. Lui non rispondeva ma la macchina era parcheggiata al solito posto. Entrando nell’ufficio con un mazzo di chiavi di riserva avevano trovato il cadavere alla scrivania. La morte doveva risalire a qualche ora prima. Brigatti, confermavano le testimonianze, abbandonava sempre lo studio per ultimo. Doveva avere ricevuto qualcuno, forse un cliente imprevisto o una persona conosciuta. Non c’era traccia di scasso e nulla lasciava sospettare che il movente fosse stato la rapina. I familiari escludevano vendette personali ma gli inquirenti erano orientati a indagare in quella direzione. Il dettaglio più curioso e misterioso, peraltro, era il reperimento sul luogo del delitto di un foglio protocollo, simile a quello usato per gli atti notarili, con tanto di marca da bollo e un testo assurdo e paradossale, che il giornale riportava per esteso (ma nel nostro paese esiste il segreto istruttorio?):

«Attesto che giace avanti a me il notaio Sergio Brigatti della cui non esistenza sono certo.» Seguiva l’impronta di un sigillo, il timbro notarile con la scritta: «Ego sum complevi et absolvi», al quale era sovrapposta una specie di firma contratta e illeggibile. Una sorta di autentica, apparentemente collegata all’assassinio. Il giornale si prendeva giustamente lo scrupolo di spiegare cos’è un’autentica notarile: il notaio si limita a dichiarare che in sua presenza è stata apposta in calce a un documento la firma di una persona, senza assumersi responsabilità circa il contenuto dell’atto. Normalmente si usa per cosette di scarso rilievo, tipo la vendita delle auto, e la formula, grosso modo, è: attesto che avanti a me notaio hanno apposto la firma i signori tale e talaltro, della cui identità sono certo. E sotto, il sigillo col nome e cognome del notaio e la sua firma. Proprio simile a quella che hanno trovato vicino a Brigatti. Come se l’assassino avesse voluto irriderlo e fare il notaio al posto suo. Ma se davvero si era fatto realizzare un sigillo personale non era una fregola del momento, si trattava di un omicidio ampiamente premeditato. E quella frase, al posto del nome e cognome, mi ricordava qualcosa: ego sum complevi et absolvi

I pensieri furono interrotti dall’apparente avanzare di un reparto di ussari. I tacchi di tre delle segretarie martellarono il pavimento, arrestandosi al limitare della mia scrivania. Mi consegnarono alla firma una serie di carte senza neppure prendersi il disturbo di incrociare il mio sguardo. Oramai nella Guerra dei Roses che devastava lo studio avevano fatto la loro scelta di campo a favore di mia moglie.

«Prima la cercava la Praticante.»

Ornella pronunciò la frase con voluto, scostante disprezzo e rimarcando, come sempre, la parola Praticante. Una volta c’aveva provato, durante un alterco, a chiamarla geisha. Per punizione le avevo fatto scrivere, come a scuola, per mille volte al computer la parola Praticante, con la p maiuscola. Ero così furioso che neppure Amalia se l’era sentita di andare oltre una difesa d’ufficio, e si era limitata a puntare sulla riduzione della pena («e vabbuò, ha detto geisha, poteva dire zoccola, non era peggio? E cinquecento volte non basterebbero?»). Ma io ero stato inflessibile. Ornella scriveva e piangeva, lasciando che il mascara colasse sulle guance come una pioggia fangosa. «Ai sindacati mi vado a rivolgere, ai sindacati.»

Era una questione di rispetto. Riconosco che era difficile darla a bere a chiunque che la Praticante avesse qualche nozione di diritto.

Mi alzai ed entrai nella stanza che le avevo assegnato e nella quale avevo imposto che nessuno potesse disturbarla senza farsi annunciare con ampio anticipo. Non parliamo della rigidità di tale divieto quando io e la Praticante eravamo in riunione: la trasgressione contemplava il semplice licenziamento e non il taglio della mano solo perché Carlo Martello, nel 732, aveva arrestato l’onda musulmana a Poitiers. Le segretarie ne avevano ricavato che la mia rete protettiva fosse stesa a coprire innominabili amplessi, e quando uscivo dai meeting circumnavigavano sbieche lungo i miei indumenti per scovarvi reperti salivari, ormonali e spermatici dimostrativi di.

Ma era sempre come se avessi appena ritirato l’abito dal sarto. E per forza.

«Ciao.»

Valentina riusciva a sorridere sempre in modo diverso. Il dono di quella mattina era un leggero avanzamento dei denti che le faceva sporgere delicatamente il mento. Un palco centrale all’opera.

Il pallore le calzava sul volto come un velo bianco. Gli occhi grigi restituivano il riflesso di una gondola nell’acqua a mezzogiorno. Aveva orecchie e naso piccoli, lunghi capelli neri, e lungo e magro il corpo. I polsi e le caviglie, due fili di fumo da una sigaretta morente.

«Già al lavoro?»

«C’è tantissimo da fare, caro mio. Qui ci sono tutte le notifiche al diavolo, con il criterio di domiciliazione che abbiamo concordato.»

«Perfetto. È per stasera, no?»

«Sì, è il secondo appuntamento.»

«Sei sicura che non te lo vuoi saltare? Non è che…»

«Non se ne parla neppure. Sono tranquillissima.»

«Domani come siamo messi?»

«All’una c’è quel grande passaggio di ecstasy…»

«Uau…»

«Una consegna di cinquemila pastiglie.»

«Fantastico.»

«Ho controllato la provenienza. Olanda. Roba autentica.»

«Molto bene. E stasera, abbiamo altro prima?»

«Niente di che. Una puttana.»

«Bene. Si deve… «

Il trillo del telefono interno. Alzai la cornetta ringhioso. See.

«C’è il fioraio.»

Allora si poteva. Era una delle deroghe consentite, oltre all’incendio e a un’invasione di cavallette, per interrompere la riunione. All’inizio le segretarie colavano invidia. Poi era diventata routine anche quella. Tutti i giorni, del resto.

«Buongiorno. È permesso?»

«Prego, avanti, avanti… «

«Ho da consegnare questa composizione per la signorina Valentina Geraci…»

«Grazie, lasci pure qui. Ecco, per lei… buona giornata.»

La porta si richiuse. La Praticante manteneva lo sguardo inespressivamente nel vuoto.

«Hai visto che mani sporche aveva?»

«Mah, non ci ho fatto caso.»

«Pensa quanti germi. Che peccato.»

«Non male questi, vero? Guarda che begli anemoni.»

«Belli, belli, certo… ma come si fa? con quelle mani zozze…»

«Indubbiamente. Il bigliettino non stai manco ad aprirlo, no?»

«Che senso avrebbe. No, fallo buttare assieme ai fiori.»

«D’accordo. Ah, tra un’oretta esco. Mi accompagni?»

«Dove vai?»

«Ho un mutuo in banca.»

Gli occhi di Valentina tornarono a illuminarsi.

«Stupendo!»

Mi scrutò maliziosa.

«Una noia mortale, vero?» ridacchiò.

«Be’, non lo inserirei nel programma del Mediterranée.»

Valentina mi sfiorò la guancia con le labbra, il massimo delle sue effusioni.

«Ero sicura che saresti stato la compagnia giusta. Avvisami quando sei pronto.»

Il primo appuntamento del giorno era per un colloquio in studio. Una tipica coppia in seconde nozze che aveva comprato una casa insieme e invece di godersela in vita si tormentava al pensiero di ciò che sarebbe accaduto alla morte dell’uno o dell’altra. Normalmente, nell’esposizione di questo problema, le donne sono più aggressive. E anche più truculente sulle modalità di premorienza del compagno.

«Notaio, scusi, ma se questo domattina prende e si schianta con l’auto…»

«Spirando rapidamente o dopo una lenta agonia?» la interrompo.

«No, ma quello che voglio dire, non è che quella schifosa che si era preso prima… sapesse quant’è cattiva quella donna… «

Ansima per il livore. Se lei, che è quella buona, non esita a farlo crepare in un incidente d’auto, mi domando cosa gli riservava quella cattiva.

«Insomma non è che può pretendere qualcosa sulla casa… né lei né il figlio che ci ha fatto insieme, vero?»

Provo a spiegarle che, essendo stato definito il divorzio, la vecchia moglie non ha diritti ereditari ma il figlio non si può escludere dalla successione.

«Ma come… il figlio non lo viene mai a trovare… non si preoccupa di niente… e che legge è questa… io gli lavo, gli stiro, gli preparo l’arrosto… domani, gli piglia un infarto, sbatte per terra… e bello bello si presenta il figlio…»

«Ma Maria» prova ad arginarla il consorte promosso dal dilaniamento tra le lamiere contorte a un più sereno commiato cardiaco. «Può capitare anche il contrario. Io me ne andrò certamente prima, ma se invece toccasse a te, in una quota della casa subentrerebbero le tue figlie.»

«E che c’entra» ribatte l’altra inferocita. «Quelle sono due sante. Vorrei vedere. Tu devi sciacquarti la bocca ogni volta che le nomini. E per forza. La mamma loro ha fatto tanti sacrifici e tu vorresti toglierci il pane, alle ragazze.»

E si volta verso di me in cerca di comprensione e sostegno. Lo vede che ho ragione a preoccuparmi, notaio? Lei non riesce a farla una piccola eccezione, in maniera che il figlio suo non prende niente? Cerco di non lasciar trasparire solidarietà, anche perché col cuore sono vicino a lui, che con quest’uscita sarà stato nuovamente retrocesso nell’inferno dei decessi violenti, di quelli che rendono persino impossibile l’autopsia.

Archiviata la pratica con l’invito a un maggiore fatalismo, mi dedicavo a un rapido disbrigo della posta quando Amalia entrò nella stanza alla maniera dei marines nei rifugi vietcong.

«Pazz’! Sì asciuto pazz’! E che cosa ci guadagni se attacchi al muro quella stronzata? I cellulari, il notaio giovane… ma noi stiamo a fare tante storie sulla separazione… le trattative… ma io non ho bisogno di negoziare con te! Ottengo pure l’annullamento della Sacra Rota! Ti faccio interdire! Per capire che sì pazz’ non è che ci va un luminare, basta il primo fesso della mutua… «

Si muoveva sconciamente, con una gestualità popolana, da pezzente arricchita; la sciarpa di ermellino, indossata ad onta della stagione primaverile, piroettava alle sue movenze come il cerchio sull’anca dei giocolieri. Tutto era eccesso in lei, un miracoloso punto di equilibrio tra il kitsch e il barocco. Era diversa quando me ne ero innamorato? Praticamente un’altra persona. A volte mi persuadevo che dovevano averla scambiata di notte con un’altra. Macché. Dovevo prendere atto che la mutazione era stata lenta, progressiva, coerente.

Io e Amalia ci eravamo conosciuti e amati da studenti, a Napoli. Avevamo partecipato, vincendolo, allo stesso concorso nazionale, che promuove, ogni due anni circa, al massimo duecento laureati in legge tra sette-ottomila aspiranti. I vincitori scelgono la sede tra quelle disponibili, e noi ci eravamo orientati per Torino, che offre regolarmente una quarantina di posti vacanti. Avevamo in partenza una stessa visione del mestiere di notaio: trovavamo assurdo che dovesse rimanere ingessato, schiavo di costumi obsoleti e formalismi. Ma le convergenze ideologiche si ridussero presto a questa premessa. Per azzerare l’immagine scialba dello zelante e cipiglioso burocrate io pensavo a una figura dinamica, altamente etica e professionale; Amalia aveva puntato su una dimensione squisitamente imprenditoriale, nella quale lo studio dei costi e dell’efficienza aziendale eclissava progressivamente quello dei codici, e in cui il marketing si risolveva nell’arte di prendere per il culo i clienti.

A inquinare le sue buone intenzioni era stato l’arricchimento troppo rapido. Avevamo lavorato sodo all’inizio ed eravamo stati premiati dalla buona sorte, che aveva indirizzato sulla nostra strada qualche grosso costruttore, un paio di studi commercialistici tra i più in vista di Torino, delle agenzie immobiliari con un buon giro d’affari. La dirompente carica di energia di Amalia aveva fatto la sua parte in maniera decisiva. Ma il denaro aveva presto corrotto le abitudini di vita, sin lì improntate a una certa raffinata sobrietà. Le era penetrato nel midollo, l’aveva indotta a spese fatue e sciagurate, che richiedevano ulteriore e continuo drenaggio di liquidi, e spinta a cercare amicizie di alto rango. Un perfetto indicatore della sua trasformazione era la parlata napoletana che, in gioventù, era una decorazione lucente, un accento spiritoso che vivacizzava anche le conversazioni più amorfe e trasmetteva una certa sensualità. Una volta scherzando le avevo detto che il linguaggio le usciva dal seno, tanto mi pareva fossero imparentati la sua procacità e quello sfavillio linguistico. Pian piano anche l’eloquio, tuttavia, caricato sino all’eccesso di dialettismi, aveva perduto la sua spontaneità piegandosi a rappresentazione stereotipata, macchiettismo spuntato. La lascivia boccaccesca aveva lasciato il posto a una scurrilità priva di insidie e di erotismo. Gli occhi neri erano ancora capaci di fiamme ma quei roghi nascevano già spenti. Le rotondità dei fianchi e delle gambe le combatteva, non sempre con successo, frequentando una palestra.

Da undici anni eravamo a Torino, e negli ultimi tre le liti erano diventate quotidiane, creando una situazione particolarmente imbarazzante in studio, dove le segretarie, in un paio di circostanze, avevano dovuto quasi separarci fisicamente. È difficile dire quanto della frustrazione di coppia portassimo nella radicalizzazione delle rispettive idee professionali. Certo è che le ragazze si erano trovate al centro di una contesa che rendeva fisiologico scegliere uno dei due. Scelsero Amalia, quasi tutte. A fronte della mia medietà notarile, che mi impediva di essere odioso oltre un certo limite, lei era capace di arrabbiature oceaniche. «Chisto è nu’ studio ’e puttane» la si sentiva urlare qualche volta anche dal piano di sotto. Poi però si scioglieva in lacrime con loro, si presentava con bracciali e anelli per la riconciliazione, affettava manifestazioni di cameratismo femminile, mostrando il nuovo reggiseno di pizzo e le foto dei suoi spasimanti, spettegolava sulle tresche di un consulente del lavoro, ironizzava sul culo grosso di una mediatrice immobiliare. Le portava a cena per festeggiare qualche operazione particolarmente lucrativa, infilava familiarmente dei fuori busta all’interno dei fascicoli, come i genitori di un tempo depositavano un nichelino sotto il cuscino al bimbo cui era caduto un dente da latte.

Non era pensabile che io e Amalia potessimo mantenere almeno il sodalizio lavorativo. Pertanto dell’accordo di separazione doveva far parte la spartizione dei clienti, dal punto di vista reddituale non meno preziosa delle proprietà immobiliari e mobiliari. Determinante, inoltre, era la conservazione del luogo di esercizio della professione, che contiene, detto in termini aziendali, una sorta di avviamento, soprattutto rispetto alla clientela privata, la quale tende a tornarvi indipendentemente dal fatto che vi si trovi ancora il notaio che aveva apprezzato. Io non sono venale e in certi momenti avevo la tentazione di sbattere la porta in faccia ad Amalia e andarmene a fare il notaio addirittura in un’altra città, tornarmene a Napoli magari, dove certo nuove e proficue occasioni di lavoro non mi sarebbero mancate. Ma il tarlo della vendetta corrode e spinge in basso. Così, per una questione di principio, pur assai lontana dal più rozzo dei princìpi, ribattevo colpo su colpo al tentativo di Amalia di incamerare, con il crisma del riconoscimento giuridico, il grosso della clientela. La battaglia era tanto più insensata perché i clienti, alla fine, avrebbero scelto con la loro testa, non certo secondo quanto potevamo decidere io e quella tarantolata di mia moglie. Ma, in fondo pure a cagione della somma inutilità, era una lotta appassionante. Anche quella mattina il diverbio con Amalia planò rapidamente sul punto.

«Lasciamm’ stà… parliamo d’affari… sono stata dall’avvocato Grassi, avimmo l’ultima offerta. E ringrazia che è generosa pecché m’ha convinto isso… allora, tu ti tieni la casa a Curmaié… poi ti pigli sia l’appartamento a Portofino che quello a Londra… vabbuò? Sui titoli facciamo a metà con il sorteggio… ’e visto che gran signora che sono?… poi, poi… l’agenzia Casissima e il ragioniere Ciuffi… ehe, e oggi stong’e buon umore… ti pigli pure lo studio Arena! Forza, iamm’ a firmà.»

«Non mi è sembrato di sentir menzionare lo studio Casciaroli.»

«Comm’ comm’… e tu te vuò magna’ tutt’cose, figlio bello!»

«Guarda che Casciaroli fa certe facce di commiserazione quando facciamo il nome tuo… se non ci fossi io quello non porterebbe qua a vendere manco il motorino suo.»

«Eh già, mo t’essa pure ricere grazie! Cca’ se ne fussero fujute tutte quante si nun fusse per me! Lo vogliamo dire che la signora Castaldo se ne è andata via quasi piangendo per colpa tua e ho dovuto mettere a posto io la situazione se no tanti saluti pure all’agenzia Chiavi e Chiavi?»

«E vorrei vedere. Quella mi dice papale papale: notaio evitate di parlare al cliente di quelle tre ipoteche sulla casa se no la mia mediazione va a farsi benedire, per adesso li facciamo firmare e poi vedrà che mettiamo tutto a posto.»

«E vabbuò… e ch’è stato… quella è una brava persona, la situazione prima o poi si sarebbe risolta… ma ammesso che a te non ti faceva piacere potevi almeno risponderle con un poco di maniera… «

«Amalia, qua se ci mettiamo pure a perdere tempo colla Castaldo se ne passa tutta la mattina. La maniera! La maniera ci vorrebbe per fare gli atti, altro che, ma tu oramai non sai neppure cosa vuol dire scrivere un atto. Se da quella stampante un giorno invece che il foglio protocollo esce una sfogliatella calda tu manco te ne accorgi… la porti dentro la sala stipula e dici allora siamo pronti per firmare?»

«Ah, già, già… o’ vero… eh, io mi ero scordata che qua teniamo il professore! Eh sì! Quelli gli atti che scrive lui se li studiano all’estero! L’hai accattato o’ Niù York Times stammatina? Eh, vallo ad accattare che certamente ci sta la copia di un atto tuo… nella pagina della cultura… oppure in quella degli spettacoli, che dici?… o avesser’ fatto n’inserto apposta?… o’ssai… ccà regalano i libri col quotidiano… regalano i dischi, le cassette… tutt’cose…. mò regaleranno pure e’ ppizze… a Niù York no, regalano gli atti del notaio Capasso! Eh, ma mica solo a Niù York… a Londra, a Parigi… ma mò pure in Italia forse… escono colla carta Scottex!»

«Eccola, la regina della sceneggiata. Ma tu che ci fai qua? Che perdi il tempo cù stù mestiere, che lo fai pure una chiavica? A Napoli hanno riaperto il teatro Sannazzaro… «

«Ahah, qui casca l’asino! Il nobile e disinteressato notaio Capasso! Te piacesse eh? Io me ne torno a Napoli e il professore se piglia tutto o’ studio! Eh, ma mica pecché tiene ai soldi… no, quello è un essere superiore… la villa nostra mica l’abbiamo comprata assieme… i mobili dentro mica ce li abbiamo messi assieme… «

«Guarda che hai scelto tutto tu e io potevo vivere molto diversamente.»

«E se capisce! Tu te sì sacrificato! Nà mattina te sì scetato e te sì truvato aint’à reggia ’e Capodimonte… ma accussì… è passato Mago Merlino e ha detto è proprio simpatico questo notaio… cioè notaio, questo scienziato, pecché poi a dicere solo notaio chillo magari s’offende… mò domattina che si sceta gli voglio fare una bella sorpresa…»

«Eh, e tu gli vuoi fare questo torto a Mago Merlino? Che domani passa un’altra volta e dice: uè, e dove è andato a finire l’amico mio? E che ci è rimasta, solo questa stronza qua dentro? E io mò faccio cadere tutto quanto. Della casa non parli mai con l’avvocato? Non la mettiamo mai dentro la trattativa? Ma stesse scritto sopra le tavole di Mosè che ci devi restare dentro tu? Non abbiamo figli, per grazia e virtù del Signore Dio nostro, non mi pare che sei bisognosa. Se invece della consensuale facciamo la separazione giudiziale tu sei così sicura che il giudice te l’assegna?»

«Sient, sient… mò chisto vulesse pure la casa…»

«Amà, te lo dico bello chiaro un’altra volta. Se ti prendi la casa, lo studio te lo puoi scordare. Lo stu-dio, lo stu-dio. Quando l’elenco di quello che mi proponi partirà dallo studio possiamo cominciare a discutere.»

«Ma vafancul’! La giudiziale, la giudiziale…. facimm’ a’ giudiziale e verimm’!»

A’ GIUDIZIALE, FACIMM’ A’ GIUDIZIALE!!! Amalia girava come una trottola per tutte le stanze dello studio, entrava nei bagni, nell’archivio, era il proclama di un banditore, l’ultimo acuto di un’aquila morente, il richiamo del cipollaro in un paese lucano. A’ giudiziale, a’ giudiziaaale, si udiva immutabile e insistente, declinante e poi riaffiorante in un’eco, come il fischio del vento che si insinua sotto porte e finestre. Quando non c’erano clienti in studio (in quel caso guai a suscitare scandalo) perdeva ogni freno inibitore. A proposito. Guardai l’orologio. Al solito, in ritardo. Al solito in banca avrebbero detto: i notai e le belle donne, ecco chi si fa aspettare (l’avevo dimenticata questa nel cartello). Diedi un colpetto alla porta della Praticante che uscì immediatamente. Scendemmo per le scale mentre ancora ci inseguiva quel gemito. A’ GIUDIZIALE, FACIMM’ A’ GIUDIZIAAAAALE!!!



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