Riflessioni in materia di previdenza

a cura di Francesco Felis

La prassi di indicizzare i pagamenti all’IPC, indice dei prezzi al consumo, è, in America, vecchia come la nazione americana. Nel 1780 l’assemblea legislativa del Massachusetts riconobbe che occorreva aumentare la paga dei soldati impegnati nella guerra contro gli inglesi a causa dell’inflazione che si era verificata durante la Rivoluzione.

Il legislatore adottò una formula in base alla quale il soldo dei militari era determinato in proporzione al costo di un paniere di mercato costituito da: 5 staia di grano, 68,5 libbre di carne, 10 libbre di lana di pecora e 16 libbre di cuoio per risolatura.

Venendo a tempi moderni, circa 54 milioni di cittadini statunitensi, quasi tutti anziani e disabili, ricevono una pensione dal Social Security, il sistema previdenziale pubblico, che assorbe circa un quarto del bilancio federale, molto più della spesa militare.

L’ammontare delle prestazioni è determinato in base ad una formula che riflette i contributi versati all’Erario ed altri fattori.

Tale ammontare viene adeguato ogni anno per compensare l’aumento dei prezzi al consumo verificatosi nell’anno precedente.

L’IPC, indicatore dei prezzi al consumo, è usato per calcolare la stima ufficiale del tasso di inflazione impiegato per aggiustare di anno in anno l’entità delle pensioni. Ogni punto percentuale aggiunto alla stima ufficiale del tasso d’inflazione accresce l’assegno ricevuto dai pensionati.

In nessun caso le pensioni, il loro ammontare, dipendono esclusivamente dai contributi.

Come se questi e solo essi determinassero l’ammontare delle prestazioni. Quasi fossero messi in un salvadanaio o investiti e l’ammontare delle prestazioni dipendesse solo da loro e dal rendimento di un investimento.

Anche in Italia, dopo la c.d. Legge Dini, l’ammontare delle prestazioni pensionistiche dipende sì dai contributi, ma anche dall’andamento del PIL, se c’è crescita o meno.

Così le nostre pensioni, quelle notarili, potranno dipendere, a seconda del sistema adottato, da un certo momento in poi, dall’andamento del nostro PIL. E su questo bisogna riflettere con attenzione. Mi spiego meglio.

In Italia, come in America, con l’attuale sistema c.d. contributivo, in linea di principio, le prestazioni dipendono dall’andamento dell’IPC e non solo dai contributi: questo costituisce già un’eccezione ad uno stretto rapporto contributi/entità delle prestazioni (persino in America questa eccezione risale al 1780).

Per l’entità delle prestazioni pensionistiche, perciò, oltre a rifarsi ad adeguamenti dettati dall’IPC, il nodo è dato dal tasso di capitalizzazione dei montanti contributivi calcolato ogni anno dall’ISTAT sulla variazione media del PIL nel quinquennio precedente.

Il problema in Italia di possibili pensioni da fame non è solo, o tanto, il passaggio da un sistema a ripartizione ad uno a contribuzione, quanto la recessione. Cioè l’andamento del PIL.

A causa della recessione, la percentuale di cui sopra (capitalizzazione dei montanti contributivi ecc.) risulta negativa ed inciderà sull’ammontare delle pensioni. Tanto è vero che, non avendo la Riforma Dini previsto un PIL negativo in modo prolungato, il governo adesso non sa che fare, si dice che dovrebbe sospendere l’applicazione del tasso negativo.

Tutto ciò dimostra che anche un regime contributivo non assicura nulla. Nel lungo periodo, essendo l’ammontare delle prestazioni non commisurato ai soli contributi ma anche ad altro (l’esempio dell’IPC, indice prezzi al consumo è indicativo), il sistema contributivo assicura solo più sostenibilità finanziaria ma non la sostenibilità in presenza di un PIL negativo. Così sarebbe per noi se il nostro PIL notarile rimanesse tale.

Nel metodo contributivo, i contributi hanno quindi una remunerazione da crescita economica e non da patrimonio di previdenza, da cui segue che il tasso di rendimento è apparente e non reale. Nel caso italiano, tale indice è legato alla variazione media quinquennale del PIL ed è quindi tale da correlare, più che nel metodo di calcolo retributivo, la promessa pensionistica con le risorse del sistema economico e quindi del bilancio dello Stato. Il metodo è stato introdotto in Italia con la Riforma Dini del 1995, ma solo per alcune categorie di iscritti al sistema pensionistico obbligatorio che ancora non sono andate in pensione, per cui gli effetti di riduzione della spesa pensionistica sono stati, fino al 2014, insignificanti.

Con la riforma Fornero è entrato in vigore dal 1 gennaio 2012, per tutti, il metodo di calcolo misto che prevede l’utilizzo del metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata sulla crescita, ma solo per la quota di contributi versati dal 2012.

Vedremo cosa succederà, ma comunque anche qui le prestazioni sono legate non solo ai contributi ma ad altri fattori tipo IPC. Nell’ordinamento italiano “il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata sulla crescita”, come è definito, detto anche metodo di calcolo contributivo o sistema contributivo, è un metodo di calcolo della pensione  appartenente agli schemi con formula delle rendite predefinita. Infatti, anche se correlata ai contributi obbligatori versati, la prestazione non è legata ad un patrimonio di previdenza e quindi ai contributi versati come se fosse un risparmio previdenziale, ma ad una formula che è un modo per determinare l’ammontare dell’assegno pensionistico “secondo la legge vigente al momento del pensionamento” che contiene dei riferimenti ai contributi versati ed alla crescita economica. Esso è utilizzato nei sistemi pensionistici senza patrimonio di previdenza:  non ha nulla a che vedere con la capitalizzazione dei premi versati ai fondi di pensione che investono il patrimonio per incrementarlo dei rendimenti legati al tasso di interesse, nel rispetto del principio della capitalizzazione integrale.

Pertanto, quando all’interno del notariato si propongono passaggi di sistema, bisognerebbe specificare se si tratta di passaggio come quello della Riforma Dini, che comunque non è una pura capitalizzazione dei contributi, o se si vuole una sorta di fondo pensione, una capitalizzazione dei premi, se si pensa proprio a questo. Se si vuole un sistema c.d. pensionistico senza patrimonio di previdenza o con patrimonio di previdenza come uno puramente privato, tipo fondo pensione.

Bisognerebbe sapere che un sistema previdenziale, anche in America, prevede prestazioni non semplicemente legate alla capitalizzazione dei contributi o di premi come se fosse un sistema puramente privato. Bisognerebbe sapere che anche la sostenibilità di un sistema contributivo (pur nella versione Dini, ma anche Fornero), almeno se le prestazioni non sono commisurate a una pura capitalizzazione dei contributi, è legato all’andamento del PIL. Del nostro PIL notarile, come settore intendo, per tornare a noi. Un  sistema retributivo, che è basato per l’ammontare delle prestazioni sulla media dei redditi degli ultimi 10 anni per i lavoratori dipendenti e 15 anni per gli autonomi, rispetto a quello contributivo – almeno nella versione Dini, ma comunque in ogni versione che non sia puramente privatistica (che si basa come abbiamo visto sui contributi versati nel corso della vita lavorativa ma l’ammontare dei contributi viene rivalutato in base ad un indice ISTAT delle variazioni degli ultimi 5 anni del PIL) – è o può diventare insostenibile.

Ma anche un sistema contributivo, se non puramente privato cioè basato su una pura e semplice capitalizzazione dei contributi, lo può diventare, se il PIL – nel nostro caso il PIL di settore notarile – rimane negativo. Perché le prestazioni dipendono non solo dai contributi. Del resto anche il sistema che io ho chiamato privatistico e che molti chiamano senza patrimonio di previdenza, non è proponibile per altre ragioni. Non lo è, perché chiunque se lo può fare, e non avrebbe senso allora che lo facesse in modo obbligatorio una Cassa. Abbiamo detto che, in un sistema previdenziale, anche contributivo, anche americano, è essenziale l’andamento del PIL. E il nostro PIL? Diventa essenziale per la sua sostenibilità che il nostro PIL riparta, con nuove competenze e con un aumento delle vecchie (più vendite ecc.).

Sono fuori dalla nostra portata?

Se la Cassa ragiona solo per il suo settore forse sì. Se CNN e Cassa ragionano insieme, questa sarebbe la questione notariato da porre. Nuove competenze e nuovi controlli per evitare evasioni contributive sulle nuove competenze. Il passaggio ad un diverso sistema, non meglio definito ancora, crea problemi non solo deontologici, ma di distribuzione territoriale dei notai (tutti vorrebbero andare nelle zone ricche, non solo con più atti ma con atti più ricchi), di controllo di legalità per i legami con i procacciatori di affari (tutti cercherebbero più atti ad ogni costo perché influenza non solo il reddito ma anche la pensione), di qualità degli atti (basta fare atti, tra l’altro in presenza di un parallelo sistema assicurativo che non dà poteri ispettivi ai CND sulla qualità degli atti e la tipologia del sinistro o la sua ripetitività). Teniamo conto, circa la distribuzione territoriale dei notai, che la stessa sarebbe influenzata dall’ammontare delle future pensioni, in un sistema basato sui contributi e quasi esclusivamente da essi, che in Italia, al 2011 (ma i dati sono attuali anche per oggi) quattro regioni producono il 70% del PIL. Teniamo conto che le zone del Mezzogiorno, ad esempio, che si erano affrancate dalla zona di “povertà” come definita dall’UE, stanno precipitando in quella che viene definita come obiettivo uno, appunto, di povertà. La Svimez, nel 2011, fa presente che l’area delle zone più depresse del continente, dove il PIL pro capite è inferiore al 75% della media europea, è sempre più vicino alle regioni del Sud. La Basilicata che, a metà degli anni 90 del XX secolo, era uscita dalla zona obiettivo uno, riuscendo ad arrivare nel 1995 all’81%, nel 2004, prima dell’attuale recessione, è tornata alla predetta soglia del 75%. L’Abruzzo che, quanto al PIL pro capite era arrivato al 104% della media europea nel 2007, è sceso all’85%. Il Molise è passato dall’87% al 78% e così la Sardegna.

E sono dati tutti antecedenti l’attuale recessione. Con tali dati intere zone si svuoterebbero di notai, perchè il loro PIL pro capite è basso? Oppure stante l’obbligo e i limiti numerici per la distribuzione delle sedi, ci sarebbero notai costretti a stare in zone depresse, contro voglia, a dover stare in zone con un PIL basso, con meno affari e con ripercussioni sulle loro pensioni? Ci sarebbero quelli che gli americani chiamano conflitti sezionali, tra le varie sezioni di un Paese o tendenze a modifiche sui criteri di distribuzioni delle sedi o della competenza? Tutto si tiene. Perciò sul breve periodo, il passaggio a forme diverse, non meglio dettagliate (abbiamo visto che anche sul contributivo si possono fare tante distinzioni e una cosa è il contributivo/contributivo ed altro è un contributivo come quello, peraltro vigente in Italia, che non è solo fatto di contributi) non è, a mio parere, da perseguire perché quegli inconvenienti non solo deontologici sarebbero tali da far ritenere non più utile la nostra categoria e funzione alla collettività. Al di là degli aspetti interni (non credo che i c.d. giovani sarebbero favoriti, forse solo i pescecani, giovani o anziani che siano).

Sul breve periodo, posto un sistema previdenziale che presuppone che il nostro PIL riparta, bisogna vedere i modi per farlo ripartire. Alcuni non sono nella nostra disponibilità, tipo più vendite complessive. Altri sì. Nuove competenze senza specificare gratuità o meno. Poi ognuno fatturerà e qui si apre il capitolo dei controlli. Sul quale mi sono già espresso per una maggiore sinergia tra sistema assicurativo per responsabilità professionale e azione dei CND. Sul quale vorrei chiarire che l’esame di fatture che evidenziano onorari pressoché simili all’ammontare dei contributi versati sono di per sé un indice per agire.

Perciò una previsione di contributi fatta in modo diverso dall’attuale, più vicina a quella di altre categorie, tipo percentuale fissa o a scaglioni sull’onorario fatturato (1% o altro con diverse aliquote per scaglioni) potrebbe essere utile. Ma rimanendo l’ammontare delle prestazioni pensionistiche basato sull’attuale sistema in modo da impattare meno sugli aspetti chiamiamoli deontologici di svolgimento della professione, che però non sono solo deontologici ma sono l’essenza della professione (sua distribuzione territoriale e controllo di legalità). Si potrebbe dire: ma così Milano o Genova, più ricche, con contribuzioni più elevate (le percentuali a scaglioni o fisse sul fatturato) pagano di più di altre zone, ricevendo in termini pensionistici meno? La risposta non è “solo”: è la mutualità, se essa ha un senso! Non è “solo”: è il mantenimento delle caratteristiche professionali essenziali, pena la nostra soppressione! La risposta sarebbe anche: cerchiamo di far ripartire il nostro PIL altrimenti tutto diventa accademia, ma sia che questo auspicabilmente avvenga, sia che non avvenga, il sistema di inserire a repertorio il fatturato e su questo calcolare la percentuale contributiva, ci rende più vicini a quelle professioni che proprio certi colleghi molto attenti a prendere onorari “da fame o da squali”, tali da identificarsi agli attuali di repertorio, cercano di imitare. E quei professionisti mai farebbero simili onorari.

Riflessioni in materia di previdenza ultima modifica: 2014-12-09T15:38:18+01:00 da Redazione Federnotizie
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