Ragioniamo al plurale

Speciale Congresso

Di seguito il testo del discorso di Carmelo Di Marco, presidente di Federnotai, al Congresso Nazionale del Notariato

Partecipo al Congresso Nazionale del Notariato consecutivamente da dieci anni, e ogni anno una parte significativa del programma (quando non la sua totalità) è stata dedicata al rapporto conflittuale tra il Diritto e l’Economia.

Oggi avvertiamo nuovamente il bisogno di dedicare a questo tema il nostro congresso: spero che questo non dipenda tanto dall’emergenza originata dal “ddl concorrenza” e dal fatto di doverle dedicare tutte le migliori energie, quanto dall’aver compreso su quale piano quel rapporto si instaura e si muove.
Per troppo tempo abbiamo pensato di poter resistere al pressing esercitato dall’Economia lasciando fuori dal nostro orizzonte concetti quali la concorrenza, la competitività, la redditività, l’organizzazione del lavoro e della gestione dei nostri studi; oppure – con uno sforzo che si è rivelato del tutto inutile – abbiamo cercato di reagire chiedendo agli economisti di modificare il loro modo di ragionare convincendosi essi stessi che il nostro fosse migliore.
Oggi dobbiamo capire – anzi, dovremmo aver capito – che la partita non si gioca nel campo del Diritto né in quello dell’Economia, ma in quello della Politica: e che chi occupa per primo e in più larga misura il campo della Politica si porta in vantaggio.
Discutere con gli economisti, confrontare le nostre posizioni con le loro è certamente necessario, ma questa dialettica – perché produca risultati a favore del Diritto e dei giuristi – deve essere praticata nell’ambito di un’azione politica per la quale non solo gli avvocati ma anche i giuristi terzi, quelli che esercitano una funzione di garanzia (e quindi, in particolare, i notai), devono ritrovare passione e disponibilità.
I notai oggi sono fuori dal Parlamento, non partecipano alle attività del Governo neanche in veste di consulenti; prendono parte solo sporadicamente, come singoli e non come esponenti di un Notariato inteso come “sistema”, alla vita dei partiti e dei principali movimenti politici. È invece decisivo il ritorno ad un ruolo politico attivo, tanto all’interno dei partiti e delle Istituzioni democratiche del Paese, quanto attraverso la partecipazione alle organizzazioni sociali che, partendo dal basso, si fanno portatrici delle più importanti istanze collettive.
In questi giorni si sente molto parlare di “rilancio”, di “anticorpi” da usare a difesa dell’etica, di valorizzazione del merito contro la furbizia e la corruzione. Il ceto intellettuale è stato escluso dalla politica del nostro Paese per troppo tempo: il Notariato deve sentirsene parte e deve avvertire come dovere verso la collettività – prima che per se stesso – la conquista di un ruolo attivo in tutto questo.
Oggi, nella competizione che si svolge sul campo della Politica, gli economisti hanno distanziato i giuristi: in primo luogo, perché le forze politiche misurano il consenso non tanto in relazione agli orientamenti ideali della popolazione, quanto in relazione alle scelte di consumo e di investimento che essa esprime; in secondo luogo – ed è questa la ragione su cui a mio avviso vale la pena di concentrarci maggiormente – perché l’economista ha, rispetto al giurista, l’immenso vantaggio di non dover garantire un risultato, di non vedere sottoposta continuamente a verifica la corrispondenza tra le sue previsioni e gli accadimenti concreti: in altre parole di non essere responsabile politicamente per i suoi errori anche laddove le teorie da lui formulate, ispiratrici delle scelte di chi governa e di chi legifera, si rivelino infondate.
L’errore dell’economista è considerato fisiologico, come pure il fatto che siano i cittadini e le imprese a pagarne le conseguenze: lo possiamo constatare facilmente, osservando come nessuno abbia fatto valere la responsabilità degli economisti – e dei politici che hanno dato loro seguito (e potere) – per le tre grandi crisi che si sono susseguite nei pochi anni del nuovo millennio: la crisi della new economy e delle “.com companies“; la crisi dei subprime e della trasformazione della proprietà immobiliare in titolarità di strumenti finanziari; la crisi dei c.d. debiti sovrani.
Questa “fisiologica irresponsabilità” fa sì che le teorie economiche e le scelte politiche ad esse ispirate siano facilmente distanti dalla realtà: la corrispondenza con le aspettative concrete dei cittadini e delle imprese è solo eventuale, non è considerata quale presupposto necessario e vincolante delle decisioni.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti noi: il dibattito – in qualunque luogo e con qualunque mezzo si esprima – occupa tanto più spazio e suscita tanta più partecipazione quanto più è limitato alla superficie.
Guardando ad esempi molto recenti, quasi nessuno conosce la nuova disciplina delle elezioni e delle funzioni del Senato, ma quasi tutti hanno partecipato al “tifo” per l’una o l’altra fazione del partito di maggioranza; nei sei mesi dell’Expo appena conclusa le discussioni sulla durata dell’attesa per gli ingressi e sull’estetica dei padiglioni hanno monopolizzato l’interesse di tutti, e il vero tema al quale l’evento era dedicato è stato coltivato solo da pochi addetti ai lavori.
In altre parole – e l’esperienza del “ddl concorrenza” lo dimostra ampiamente – si fa di tutto per concentrare l’attenzione sugli annunci e non sulla realizzazione di quanto annunciato; sugli slogan ad effetto e non sui dati; sui “contenitori” (perché chiunque può facilmente vederli e toccarli) e mai sui “contenuti” (perché essi richiederebbero di essere dimostrati): ce ne accorgiamo quando un nuovo provvedimento normativo viene annunciato e discusso prima di essere scritto; quando la sua prima bozza, benché più volte modificata e quindi fuorviante, resta pubblicata per mesi sui siti pubblici delle Camere e del Governo.
In queste condizioni, la demagogia e il populismo non possono che prevalere sulla serietà e sulla concretezza. Ma lamentarsi di questo all’indirizzo degli economisti non serve a nulla: le obiezioni e le proteste devono essere proposte ai decisori politici, e devono essere condivise con i gruppi sociali e con l’opinione pubblica affinché i decisori le ascoltino e le condividano.

La convenienza del sistema di certezza dei traffici e dei diritti che funziona grazie al Notariato deve essere dimostrata e spiegata discutendo con i politici, con i cittadini e con gli imprenditori.
A loro, e non agli economisti, si deve dimostrare – dati alla mano – che non avrebbe nessun senso e non produrrebbe nessuna utilità la decisione di raddoppiare il numero di chi offre il servizio notarile quando la domanda di quel servizio è diminuita di oltre il 30% in cinque anni!
A loro, e non agli economisti, si deve ricordare che le condizioni di sviluppo del nostro Paese sono profondamente disomogenee, e che quindi un criterio esclusivamente aritmetico di determinazione del numero dei notai che prescinda totalmente da qualsiasi parametro riferito alle caratteristiche socio-economiche di ciascuna area geografica non è accettabile perché non risponde ai bisogni realmente esistenti.
A loro, e non agli economisti, si deve spiegare che eliminare il controllo notarile di legalità sugli atti costitutivi delle srl semplificate non produrrebbe nessun risparmio (visto che sono atti gratuiti) ma farebbe esplodere il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata e del terrorismo nel mondo delle imprese.
Rivolgendoci a loro, e non agli economisti, dobbiamo documentare i risultati virtuosi che il Notariato produce in termini non solo di sicurezza, ma anche di risparmio e di successo degli investimenti, di serenità nei rapporti personali e familiari, di certezza del credito, di tutela dell’occupazione e della sua qualità e stabilità.

Il fatto che questo Congresso sia stato aperto alla cittadinanza e che nel suo programma siano state incluse Tavole Rotonde con relatori esterni alla categoria rappresenta una grande opportunità che si deve al coraggio del Consiglio Nazionale del Notariato e del suo Presidente.
Voglio ringraziarli pubblicamente per questa scelta di apertura perché essere aperti al confronto significa essere trasparenti, significa essere convinti delle proprie ragioni senza coltivare il pregiudizio della propria infallibilità. Come è tipico di chi, essendo giurista e non economista, sa di essere sempre sottoposto alla verifica dei propri risultati.
E voglio far sentire loro l’incoraggiamento del Sindacato che rappresento affinché siano certi del nostro sostegno quando la stessa convinzione e la stessa trasparenza saranno manifestate durante l’esame del “ddl concorrenza” al Senato.

Dobbiamo tuttavia, se vogliamo dare un senso alla trasparenza e alla convinzione dell’importanza di ciò che facciamo, ricordarci sempre – oggi più che in qualsiasi fase storica precedente – che siamo capaci di produrre risultati importanti per i cittadini, le imprese e lo Stato solo ove si tratti di risultati prodotti dal Notariato come “sistema”, che è molto di più della somma di tutti i Notai singolarmente considerati.
Dobbiamo riconquistare la capacità e il piacere di ragionare al plurale, come abbiamo fatto quando centinaia di colleghi ci hanno permesso, con il loro contributo, di acquisire il parere per noi preziosissimo del Presidente Giuseppe Tesauro (che ha ispirato le posizioni per noi favorevoli di più Commissioni della Camera dei Deputati); di acquisire lo studio del Prof. Mazzoli sull’impatto che le norme del “ddl concorrenza” potrebbero avere sull’incremento della criminalità nel sistema delle imprese e quindi sul decremento del PIL; di organizzare eventi pubblici che hanno visto partecipare, schierati dalla nostra parte, tutte le Autorità di Garanzia, i Magistrati, l’Università, i consumatori, le altre categorie professionali.
Hanno ragionato al plurale i colleghi che ieri hanno reso possibile in tre ore rendere oltre 800 consulenze a cittadini in materia di acquisto sicuro della casa, e i colleghi della redazione di Federnotizie, che stanno garantendo la cronaca in tempo reale di tutte le fasi di questo Congresso.
Ringraziare questi colleghi non è solo doveroso, è soprattutto gratificante per chi esprime il ringraziamento, perché c’è la dimostrazione che questa nostra categoria è capace veramente di essere unita in momenti importanti.

Ma esistono anche momenti e comportamenti che impongono una riflessione approfondita sui modi in cui i Notai stanno reagendo al vantaggio che l’Economia ha raggiunto a scapito del Diritto: dobbiamo chiederci se la reazione sia funzionale alla valorizzazione del “sistema Notariato” e se sia tale da legittimare il Notariato ad esercitare un’azione politica credibile.
Sono certamente contrari ad entrambi gli obiettivi i comportamenti di quei Notai che piegano alla realizzazione del loro interesse individuale qualche concetto preso in prestito dal mondo delle imprese: mi riferisco ai colleghi che pur di conservare o incrementare la propria “quota di mercato” (su un mercato le cui dimensioni si sono drasticamente ridotte in un breve lasso di tempo) praticano il dumping nella determinazione dei compensi richiesti, dando vita a forme di concentrazione del lavoro e del reddito che sono preordinate alla eliminazione dei propri concorrenti dalla competizione.
Contro queste condotte, il “sistema Notariato” deve trovare il coraggio di intervenire applicando a proprio favore (e non più subendone l’applicazione, come è avvenuto finora) il diritto della concorrenza, pretendendo che le pratiche predatorie e gli abusi delle posizioni dominanti siano sanzionati duramente da parte delle Autorità competenti (prima tra tutte proprio l’Autorità Antitrust, alla quale fino ad oggi si sono invece rivolti proprio i colleghi protagonisti di condotte concorrenziali “spinte”, per sottrarsi al controllo dei loro Consigli Notarili Distrettuali).

Mi riferisco ai colleghi che spacciano per ricerca dell’efficienza e della qualità del servizio il proprio collegamento a varie tipologie di procacciatori d’affari, rinunciando dolosamente ad una delle connotazioni essenziali del Notaio, che – accanto alla sua natura di pubblico ufficiale – lo definisce non solo quale professionista, ma quale professionista libero, in quanto terzo e indipendente.
Contro queste scelte, il “sistema Notariato” deve assumere posizioni intransigenti: si deve dire con chiarezza che affidare una fase di un’operazione complessa (quale è l’atto di quietanza collegato ad un mutuo per surrogazione) ad un notaio del quale, nel momento in cui si svolge l’altra fase (cioè la stipula del mutuo stesso), non è possibile conoscere neanche il nome è contrario al basilare dovere di trasparenza senza il rispetto del quale non si è degni di rivestire una pubblica funzione.
Allo stesso modo, in tutti i casi nei quali il cliente del notaio conferisce l’incarico professionale non a lui, ma ad un soggetto che ne intermedia l’attività (fosse anche solo per una fase iniziale del procedimento che conduce alla predisposizione dell’atto) è necessario attivarsi perché venga sanzionato il reato di esercizio abusivo della professione.

Una reazione ancora più netta del sistema si impone verso quei colleghi i cui comportamenti denunciano la disponibilità a scendere a compromessi anche con riferimento ai doveri essenziali dell’indagine della volontà delle parti e del suo adeguamento alla legge. Parlo dei colleghi che demandano le attività di istruzione degli atti ad altri professionisti o erogatori di servizi, quando non addirittura al cliente. E’ il modello dello studio notarile “do it yourself” (c’è chi lo adotta realmente!), in base al quale il cliente provvede alla produzione e all’inserimento nella pratica di tutte le informazioni e i dati utili e il notaio si limita ad un’opera di supervisione su un’attività che dovrebbe essere diretta da lui personalmente.
Questo modello degrada il Notaio da giurista a burocrate e lo priva di ogni legittimazione rispetto alla richiesta di compensi professionali dignitosi. Al contrario, il “sistema Notariato” deve riuscire a valorizzare nuovamente, e a rendere sostenibile sul piano economico e finanziario, il modello dello studio notarile “I do it for you”, proprio di una categoria che agisce al servizio degli utenti, e non pretende che siano questi ultimi a servirla.

In tutti i casi che ho elencato la reazione, per essere efficace, non può provenire solo dal singolo: occorrono la voglia e la capacità di “fare gruppo”.
Pensiamo che una risposta efficace possa consistere nel favorire l’aggregazione tra notai, che non può certamente essere imposta ma che dovrebbe a nostro avviso essere promossa per iniziativa delle Istituzioni notarili. L’unione delle forze e delle esperienze di più notai – che si tratti della tradizionale associazione professionale, della condivisione di strutture di servizio, della adesione ad un network – rappresenta una grande opportunità positiva se serve a migliorare l’efficienza organizzativa dei partecipanti, e soprattutto se serve ad acquisire una visibilità e una competitività che consentono di esercitare con prospettive di successo la concorrenza verso l’esterno, acquisendo nuovi ambiti di attività.
Riteniamo però che questa materia – nella sua connessione con quella della distribuzione delle sedi notarili e della competenza territoriale dei notai – debba essere disciplinata anche attraverso modifiche mirate del codice deontologico: alcune esperienze conosciute già oggi denotano la tendenza ad utilizzare la partecipazione ad associazioni o network esclusivamente come strumento di concorrenza interna, sfruttando le economie di scala che ne derivano per dare vita a concentrazioni di lavoro. Un rischio destinato ad amplificarsi nel caso in cui l’aggregazione di notai intenda diventare il partner elettivo di altri soggetti – quali le banche e le assicurazioni – capaci di controllare la domanda dei servizi notarili.
Senza strumenti che impediscano di utilizzare le forme di aggregazione in chiave anti-concorrenziale, vedremo nascere nella categoria pochi “gruppi” che alcuni notai dominanti controlleranno avvalendosi di notai subalterni, fatalmente privi dell’indipendenza da cui discende la necessaria terzietà e destinati ad assumersi responsabilità troppo elevate in rapporto alla retribuzione “a gettone” con cui il loro lavoro sarà remunerato. Ancora una volta, vale l’appello a non dimenticare l’aggettivo “libero” che usiamo mettere davanti alla parola “professionista”.

Le vicende che il Notariato sta affrontando in questo anno dimostrano chiaramente quanto “fare gruppo” sia necessario nell’azione politica dei nostri organi istituzionali e delle realtà associative presenti nella categoria. Eppure anche in questo ambito al perseguimento degli obiettivi comuni si antepone in alcuni casi l’interesse di parte.
Non voglio commentare – come invece farei se questo fosse un congresso di Federnotai – le scelte frazionistiche che il nostro Sindacato ha subito, compiute da chi ha scelto di non confrontare all’interno di esso le sue posizioni con quelle altrui.
Mi riferisco, invece, ad alcune iniziative rivolte all’esterno della categoria, all’indirizzo delle Istituzioni del Paese e dei media, con le quali sono state espresse posizioni minoritarie e divergenti rispetto a quelle sostenute nei rapporti esterni dai nostri vertici.
Sono convinto che le associazioni di categoria siano in grado di svolgere un ruolo politico molto utile, affiancando la loro azione (anche con iniziative autonome) a quella dei rappresentanti istituzionali. Ma questa loro azione diventa controproducente se non tiene conto delle posizioni “ufficiali” del Notariato o, peggio, se contrasta con esse o se addirittura mette in discussione alcuni connotati essenziali della nostra categoria.
Per questa ragione, nel rispetto delle idee di ognuno, auspico un radicale ripensamento del progetto di legge – a cui una delle nostre associazioni di categoria ha dato impulso – che consentirebbe agli avvocati di partecipare al concorso notarile senza svolgere la pratica. Federnotai è da molti anni impegnata perché si giunga ad una riforma dell’accesso alla professione, quindi guarda con interesse tutte le proposte innovative sull’argomento, purché non facciano venire meno la severità della selezione.
Quella proposta, se trovasse accoglimento, porterebbe il Notariato a diventare una sorta di “avvocatura specializzata”, o meglio “titolata”, il che contrasta apertamente con tutto ciò che la categoria e i suoi rappresentanti istituzionali e non stanno facendo per valorizzare la connotazione pubblicistica che appartiene al Notariato e non all’Avvocatura.
Tuttavia, sotto un diverso profilo, quella proposta merita la stessa attenzione che dedicheremmo ad un segnale di allarme: il fatto che essa sia sostenuta da una parte significativa dei Notai più giovani significa anche che questi colleghi, non trovando nella categoria sufficiente considerazione delle loro aspettative, ritengono più naturale cercare alleati fuori dal Notariato.
I Notai più giovani sbagliano quando manifestano la convinzione di aver maturato crediti che qualcun altro impedirebbe loro di riscuotere, ma è altrettanto vero che molte decisioni – sia sul fronte della politica interna che di quella esterna – sono state adottate ignorando i loro bisogni nel presente e penalizzando le loro aspettative per il futuro.

Circa un mese fa sono stato colpito da un’immagine pubblicata su molti quotidiani on line: la fotografia sembra raffigurare un’isola in mezzo ad un mare in tempesta; invece è la fotografia di una colonia di formiche che, per salvarsi durante un’alluvione, si uniscono le une alle altre formando appunto un’isola (attenzione: una sola isola, non tante isole), mettendo al centro – nella posizione in cui la salvezza è più probabile – gli esemplari più giovani. Quelle formiche, facendo “gruppo”, riescono a sopravvivere tutte e al tempo stesso mettono al centro il futuro della loro categoria.
Esiste una definizione molto bella definisce questo modo di ragionare e di decidere come un “sistema” anziché come una occasionale somma di individui: si parla di inclusive fitness (traducibile in italiano come “adattabilità inclusiva”) per indicare i comportamenti che sommano i vantaggi per il gruppo ai vantaggi per l’individuo.
Le specie animali che li adottano con maggiore successo – come le api e, appunto, le formiche – vengono definite “eusociali” e il loro è un successo clamoroso: pensate che le specie di insetti “eusociali” sono solo il 2%, ma esse rappresentano l’80% dell’intera biomassa degli insetti.
Se applicata agli esseri umani, la inclusive fitness – considerata la naturale tendenza individualista dell’uomo – deve essere integrata con il concetto della “selezione di gruppo”: se anche all’interno del gruppo l’individualismo prevale sull’altruismo, è però vero che i gruppi altruistici prevalgono sui gruppi pervasi da maggiore individualismo. Volendo applicare questi concetti a quei particolari esseri umani che sono i Notai italiani, ci vengono in aiuto alcune righe di Charles Darwin, con le quali mi piace terminare il mio intervento:
“un’alta moralità dà scarsi vantaggi a ciascun individuo e ai suoi figli entro la loro tribù, ma se il livello dei principi morali si alza e cresce il numero di chi li rispetta, il vantaggio di quella tribù sulle altre sarà immenso. Non c’è dubbio: se in un gruppo umano vi sono molti che praticano in alto grado il patriottismo, la lealtà, l’ubbidienza alle leggi, il coraggio e la simpatia reciproca e sono pronti ad aiutarsi l’un l’altro e a sacrificarsi per il bene comune, quel gruppo avrà la meglio su tutti gli altri; e questo sarebbe un buon esempio di selezione naturale”.

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Ragioniamo al plurale ultima modifica: 2015-11-11T18:31:51+00:00 da Carmelo Di Marco