Procure estere: la Cassazione perde una buona occasione

La Corte di cassazione perde una buona occasione per definire alcune linee generali relative alla circolazione in Italia degli atti notarili provenienti dall’estero, in particolare le procure[1].

Il caso – secondo quanto si può ricavare dalla sentenza in esame – riguardava una procura proveniente dalla Pennsylvania, nella forma di scrittura privata la cui sottoscrizione era stata certificata da un notary public locale, recante la Apostille prevista dalla Convenzione dell’Aia del 5 ottobre 1961, quindi utilizzata in Italia per procedere ad una vendita immobiliare. In seguito la persona che si reputava aver rilasciato la procura disconosceva la propria sottoscrizione e chiedeva fosse dichiarata la nullità della procura stessa e della conseguente vendita. Riconosciuta valida la procura in primo grado e inefficace in appello, la vicenda approdava alla Cassazione ed è stata decisa con la sentenza che si annota.

di Paolo Pasqualis notaio in Portogruaro (ex Presidente del Cnue)

La Suprema Corte ha concluso per l’invalidità della procura in esame, secondo una motivazione che non convince e che, soprattutto, non svolge gli argomenti più significativi in relazione agli atti provenienti dall’estero.

La sentenza, infatti, si sofferma principalmente sulle regole stabilite dal nostro sistema di diritto internazionale privato (l. n. 218/1995, art. 60) per quanto riguarda la legge applicabile alla sostanza e alla forma della procura, sulla necessità o meno di legalizzazione o Apostille, sui doveri di controllo da parte del notaio italiano che riceve un tale tipo di documento dall’estero per procedere alla conclusione di un atto in Italia, anche in considerazione delle norme di cui agli artt. 28 della legge notarile e 54 del regolamento. Infine, conclude per l’invalidità della procura in esame, poiché la data di nascita del sottoscrittore, come attestata in atto, non era esatta.

Oltre a contenere alcune imprecisioni, su cui si ritornerà, la decisione in commento trascura del tutto di esaminare alcuni punti da ritenere essenziali per la soluzione del caso.

Un aspetto fondamentale è quello relativo alla lex auctoris. Deve essere dato per presupposto, infatti, che un documento proveniente dall’estero sia formato in conformità alla legge applicabile al suo autore, e cioè secondo le regole di competenza, di procedura, di contenuto obbligatorio etc. previste dalla legge che regola l’operare del funzionario o pubblico ufficiale che interviene (auctor regit actum). Basti considerare, al proposito, il reciproco: se si chiede la produzione di un documento ad un notaio italiano, questo sarà ricevuto e redatto in conformità alle norme applicabili al pubblico ufficiale nel nostro paese, ancorché il documento stesso sia destinato all’estero. Nel caso in esame, invece, la Suprema corte si limita a ricordare che, come più volte affermato in materia di procura alle liti[2], ancorché proveniente dall’estero la procura dovrà risultare sottoscritta in presenza del soggetto che autentica la sottoscrizione, il quale dovrà avere identificato la persona del sottoscrittore, ritenuti questi elementi “minimi necessari” per potersi riconoscere in Italia il documento proveniente dall’estero. La conclusione nel caso concreto, poi, è stata nel senso di non considerare identificata la persona che aveva sottoscritto poiché nell’atto la sua data di nascita era indicata erroneamente.

La tesi, in questi termini, non può essere condivisa, posto che essa consiste semplicemente nel pretendere di verificare meccanicamente se il documento proveniente dall’estero contiene “almeno” alcuni elementi ritenuti indispensabili per farlo assomigliare il più possibile al nostro. Tenendo conto, invece, che un documento proveniente dall’estero sarà necessariamente formato secondo proprie regole di competenza, contenuto etc., ciò che va considerato al fine di poterlo riconoscere in Italia dovrà riguardare piuttosto se le modalità complessive che regolano la sua creazione consentano di ammetterne una sostanziale equivalenza funzionale tra il documento prodotto e quello nazionale richiesto. In questo senso dovrebbero oggi intendersi anche le ricordate ricorrenti affermazioni della Corte di cassazione in tema di procure alle liti provenienti dall’estero, relative al rispetto di elementi minimi da parte del soggetto autenticante, quali l’identificazione del sottoscrittore e la firma in presenza. A correzione del ricordato orientamento basti pensare, infatti, che si possono oggi facilmente immaginare sistemi nei quali è consentita la firma a distanza con modalità evidentemente ritenute sufficienti dalla legge locale per garantire il grado di certezza necessario ad attribuire al documento così creato il rango di prova privilegiata o addirittura la forza esecutiva. Sarebbe ragionevole che un tale documento venisse rifiutato in Italia a motivo che la firma non è stata apposta in presenza?

Anche per quanto riguarda l’accertamento dell’identità del sottoscrittore, poi, ci si dovrà rifare alle regole e modalità stabilite dalla legge applicabile all’autore del documento. Per riportarci al caso concreto: è così facile dire – come fa la sentenza in commento – che la persona che ha firmato non era stata identificata poiché la sua data di nascita, così come indicata nel documento stesso, era inesatta? In Pennsylvania l’identità delle persone è accertata obbligatoriamente con l’indicazione della data di nascita? E se fossero sufficienti, invece, nome e cognome e indirizzo di residenza[3]? E se nel documento fosse stata attestata comunque da parte del notary public la certezza dell’identità di chi aveva sottoscritto? Su tutto ciò la Cassazione non si sofferma.

La nozione da approfondire e sviluppare, ad avviso di chi scrive, nel valutare un atto proveniente dall’estero deve essere così precisata: esaminato il documento secondo le sue regole di formazione, individuati gli aspetti da ritenere essenziali nel nostro sistema affinché esso possa sostituire quello nazionale in ragione della funzione svolta da esso nel caso concreto, si potrà formulare un giudizio di equivalenza funzionale che permetta all’atto straniero di sostituire l’italiano[4]. L’esempio migliore in questo senso viene dalla recente legge spagnola n. 29 del 30 luglio 2015, di cooperazione giuridica internazionale in materia civile, che nei capitoli V e VI si occupa dei documenti pubblici stranieri e della loro utilizzazione quali titoli esecutivi e nei confronti dei pubblici registri in Spagna. In particolare l’art. 60 dispone: “Los documentos públicos extranjeros extrajudiciales podrán ser inscritos en los registros públicos españoles si cumplen los requisitos establecidos en la legislación específica aplicable y siempre que la autoridad extranjera haya intervenido en la confección del documento desarrollando funciones equivalentes a las que desempeñan las autoridades españolas en la materia de que se trate y surta los mismos o más próximos efectos en el país de origen[5].

Prendendo le mosse da questi principi, l’analisi del documento proveniente dall’estero allora sarà svolta valutando innanzi tutto il ruolo e la qualità dell’intervento del soggetto certificatore in relazione alle esigenze di provenienza e di certezza che il documento richiede. Si sarà limitato a certificare l’autenticità della sottoscrizione? Avrà svolto un controllo di legalità del contenuto dell’atto? Avrà verificato la vigenza di eventuali poteri rappresentativi?

Una tale analisi permetterà anche di fare le debite distinzioni: così ben diverso sarà valutare l’“equivalenza” di una procura da quella di una convenzione matrimoniale o di una donazione immobiliare compiute all’estero e da valere in Italia.

A quest’ultimo proposito, per restare ad un esempio relativo agli Stati Uniti, basti pensare che le leggi locali in materia di poteri di certificazione dei notaries public prevedono espressamente che colui che non sia anche avvocato non possa fornire consulenza giuridica né possa presentarsi al pubblico con una denominazione di “notaio” o “notaio pubblico” in lingua diversa da quella inglese (proprio per evitare, nei confronti di soggetti usi alla terminologia dei paesi latini, l’equivoco di trovarsi di fronte ad un professionista che non è solo un certificatore ma è anche giurista e consulente in grado di valutare e suggerire le possibili soluzioni da adottare nel caso concreto). Questi rilievi potranno essere meglio compresi solo che si guardino, a titolo d’esempio, i passi necessari per essere qualificato come notary public in Pennsylvania, tra cui spicca l’obbligo di tre ore di formazione[6]! Secondo quanto risulta dal Dipartimento di Stato della Pennsylvania[7], più di 85.000 (ottantacinquemila) sono le persone che rivestono il ruolo di “public notaries” nello Stato (che conta una popolazione di circa tredici milioni di abitanti). Si tratta spesso di dipendenti di enti pubblici e privati abilitati alla certificazione di sottoscrizioni, al ricevimento di dichiarazioni giurate o al rilascio di copie conformi di documenti, ma dichiaratamente non abilitati (a meno che non si tratti di avvocati) a prestare consulenza giuridica e a passare al vaglio di legalità l’atto che viene sottoscritto avanti a loro.

Ecco, allora, che facendo applicazione del principio di cui si è detto, quello della necessità di valutazione di “equivalenza funzionale”, anche e soprattutto tenendo conto del ruolo svolto dal soggetto certificatore (come bene espresso dalla citata norma spagnola), si potrà meglio valutare la effettiva possibilità di riconoscimento e di utilizzazione nel nostro sistema di un documento prodotto da un notary public statunitense. Potrà esserlo una procura, il cui contenuto sarà di regola semplice e chiaro (quando non direttamente predisposto da un legale che assiste le parti). Non sarà possibile dire lo stesso nel caso in cui ci si trovi di fronte ad atti negoziali più complessi, neppure se questi siano stati predisposti da un consulente abilitato, poiché sfuggirebbe al notary public anche la semplice possibilità di effettuarne un autonomo e indipendente controllo di legalità. Diverso sarà il caso dell’intervento di un legale che sia anche notary public.

Per altro verso, nella valutazione di equivalenza, è innegabile che occorre anche farsi carico del fatto che nei sistemi anglosassoni non esiste un sistema di documenti costituenti prove privilegiate (fino a querela di falso) da poter produrre in giudizio. Quindi non può parlarsi di atto pubblico (come pure fa la sentenza in commento) per il tipo di documento di cui era causa, nel senso di documento redatto da un soggetto investito di particolari pubblici poteri e con forza di prova privilegiata in giudizio. Occorre anche ammettere, allora, che il fatto che la nostra forma di atto pubblico costituisce una forma sconosciuta nel sistema di provenienza può rappresentare un elemento a favore del riconoscimento di certi documenti: se la forma è colà sconosciuta, ben dovremo accontentarci di quella che più le assomiglia e può surrogarla, a pena di non poter riconoscere alcun documento proveniente da quell’ordinamento come equivalente ai nostri[8].

La soluzione che si può ragionevolmente suggerire, sul punto, è quella di una valutazione caso per caso, tenuto conto dei principi che si sono detti e che si possono così sintetizzare: un documento proveniente dall’estero può validamente sostituire quello richiesto secondo la legge italiana quando la sua formazione – tenuto conto della qualità e del ruolo del suo autore e delle garanzie offerte dal procedimento seguito – garantisca un grado di certezza e legalità equivalente a quello richiesto nel nostro paese per la funzione svolta dal documento stesso.

Questo genere di valutazione, a ben guardare, è molto simile a quella che occorre fare quando si tratti di riconoscere in Italia una sentenza proveniente dall’estero. Si vedano le condizioni poste dall’art. 64 della nostra legge n. 218/1995: la sentenza è riconosciuta quando sia stata pronunciata da un giudice che, rispettando le proprie regole procedurali nazionali, abbia comunque agito secondo principi di competenza compatibili con l’ordinamento italiano, nel rispetto dei diritti della difesa, non sia in contraddizione con altra sentenza già pronunciata da un giudice italiano e – ovviamente – non produca effetti contrari all’ordine pubblico. Il parallelo per i documenti provenienti dall’estero è facile: saranno accettati quelli provenienti da chi è investito di adeguati poteri di certificazione della “autenticità” dell’atto[9] e che abbia svolto – se ritenuto dovuto nel caso concreto – una sufficiente consulenza giuridica alle parti intervenute, il cui contenuto non sia vietato dalla legge e i cui effetti non siano contrari all’ordine pubblico.

Si è già fatto cenno, inoltre, ad alcune imprecisioni che la sentenza in commento contiene, che potrebbero assumere anche la veste di pericolosi obiter dicta.

Innanzi tutto, l’accenno relativo alla necessità che la procura in parola, poiché destinata al compimento di un atto di trasferimento di immobile, dovesse assumere la forma di atto pubblico o di scrittura privata, andava meglio chiarito nel senso che vi era la necessità di un atto pubblico o di una scrittura privata autenticata, poiché l’atto doveva assumere in Italia la forma di un atto notarile (pubblico o privato autenticato) al fine della sua trascrizione nei registri immobiliari. Non sembri pleonastica la precisazione: in verità, la forma per un valido trasferimento immobiliare in Italia è semplicemente quella scritta, secondo le norme degli artt. 1350 e 1392 del c.c. L’intervento del notaio è richiesto ai fini della pubblicità dell’atto (forma integrativa o ad regularitatem), mentre un’alternativa potrebbe sempre essere quella di far riconoscere la scrittura in giudizio. L’aspetto può assumere carattere rilevante nell’ambito delle regole del diritto internazionale privato, creando l’equivoco che la forma richiesta dal secondo comma dell’art. 60 della l. 218/1995 sia semplicemente quella scritta, civilisticamente sufficiente, certo, ma non per il compimento dell’atto destinato alla pubblicità immobiliare in Italia. Quest’ultima, infatti, consente l’accesso solamente a titoli particolarmente qualificati in considerazione della necessità di certezza della loro provenienza e di legalità del loro contenuto. Le norme sulla nostra pubblicità immobiliare, quindi, possono a giusta ragione essere considerate norme di applicazione necessaria, ai sensi dell’art. 17 della l. 218/1995, che “in considerazione del loro oggetto e del loro scopo, debbono essere applicate nonostante il richiamo alla legge straniera”.

Altro accenno fuorviante (benché, probabilmente, dovuto ad un lapsus, posto che poco dopo pare contraddetto) è quello riferito alla natura della Apostille prevista dalla Convenzione dell’Aia del 5 ottobre 1961, laddove la Cassazione afferma che essa non costituisce una autenticazione della firma del pubblico ufficiale, mentre il testo stesso della convenzione, all’art. 5, prevede che “[l]’apostille est délivrée à la requête du signataire ou de tout porteur de l’acte. Dûment remplie, elle atteste la véracité de la signature, la qualité en laquelle le signataire de l’acte a agi et, le cas échéant, l’identité du sceau ou timbre dont cet acte est revêtu[10].

Dove, invece, la mancanza di chiarezza del testo può nuocere alla sua comprensione, nonché portare a risultati inaccettabili, è dato dalla affermazione che l’autenticazione della firma “per essere valida in Italia, doveva rispettare la disposizione di cui all’art. 2703 c.c.: il pubblico ufficiale deve accertare l’identità della persona che […] sottoscrive”, se con ciò si vuole dire, come appare dal seguito della decisione stessa, che elemento essenziale di tale accertamento è costituito dall’esatta indicazione della data di nascita del sottoscrittore. Già si è detto che – ferma restando la necessità di identificazione del soggetto che sottoscrive – le regole secondo le quali tale accertamento deve avvenire e, se del caso, essere menzionato nell’atto, sono rimesse alla legge che disciplina l’attività del soggetto certificatore. Non può la legge italiana imporre regole di formazione degli atti a funzionari o pubblici ufficiali stranieri.

Oltre a ciò, però, non possono sottacersi le ulteriori gravi perplessità che genera la soluzione in fine adottata dalla Corte, ove si afferma che l’errore di indicazione della data di nascita significa mancata verifica della identità personale della parte, quindi nullità dell’atto. Lascia invero sconcertati il solo immaginare che un errore nel riportare in atto la data di nascita di una delle parti comporti automaticamente accertamento della mancata verifica della sua identità personale. Ciò non soltanto in ragione del fatto che, nel caso concreto, era la legge della Pennsylvania che andava accertata e applicata (mentre di ciò non si fa parola nella decisone in commento), ma ancor di più se la conclusione è fatta discendere (come parrebbe dal ragionamento che sostiene la riferita conclusione) dalla applicazione della legge italiana. Tutto ciò senza alcun accenno ad una maggiore analisi del documento controverso, all’esame del suo complessivo contenuto, che avrebbe potuto anche comportare una lettura conservativa, dimenticando, così, anche ogni valutazione dei possibili rimedi destinati a correggere gli eventuali errori materiali dell’atto.

[1] Un primo commento di D. Boggiali in CNN Notizie del 22 luglio 2019 “Requisiti formali minimi delle procure estere (Cass., sez. II, sentenza 2 luglio 2019, n. 17713)”. In generale in argomento G. Aricò, Le procure provenienti dall’estero, consultabile qui e anche in Quaderni della Fondazione Italiana del Notariato, 2007, 2, p. 104 e ss; dello stesso autore Procure poste in essere in un ordinamento straniero, in Atti notarili, diritto comunitario e internazionale, Vol. 2, Trattato diretto da Preite, Torino, 2011, 514; più ampiamente sul tema degli atti provenienti dall’estero mi prendo la libertà di rinviare al mio Attuazione ed esecuzione forzata in Italia degli atti pubblici provenienti dall’estero, in Giurisdizione italiana efficacia di sentenze e atti stranieri, nel Trattato di Diritto Civile del Consiglio Nazionale del Notariato diretto da Pietro Perlingieri, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2007, p. 579 e ss.

[2] Così, ad esempio, Cass. 13 febbraio 2008, n. 3410; Cass. 22 maggio 2008, n. 13228; Cass 15 novembre 2017, n. 26951.

[3] Come, ad esempio, attestato dal notariato giapponese, in risposta al quesito posto da un notaio italiano: CNN risposta a quesito n. 105-2014/A, richiamato anche negli orientamenti del Comitato Notarile Triveneto, http://www.notaitriveneto.it/dettaglio-orientamenti-diritto-internazionale-233-procure-provenienti-dallestero—modalita-di-identificazione-del-rappresentante-e-del-rappresentato.html.

[4] L’insegnamento è autorevole e risalente: cfr. T. Ballarino, Forma degli atti e diritto internazionale privato, CEDAM, Padova, 1970, p. 83 e ss. La migliore e più incisiva illustrazione del principio illustrato si trova nella risoluzione dell’Institut de Droit International adottata nella sessione di Santiago del 2007 e che si può leggere all’indirizzo http://www.idi-iil.org/app/uploads/2017/06/2007_san_01_en.pdf, mentre il rapporto del prof. Erik Jayme che la accompagnava è consultabile all’indirizzo http://www.idi-iil.org/app/uploads/2017/06/Jayme.pdf.

[5]I documenti pubblici stranieri stragiudiziali potranno essere iscritti nei registri pubblici spagnoli se adempiono ai requisiti stabiliti nella specifica legislazione applicabile e sempre che l’autorità straniera sia intervenuta nel perfezionamento del documento svolgendo funzioni equivalenti a quelle espletate dalle autorità spagnole nella materia di cui si tratta e producano gli stessi o i più prossimi effetti nel paese di origine” [traduzione dell’autore].

[6] https://www.notary.org/Services/Become-a-Notary/APP-FT.html

[7] https://www.dos.pa.gov/OtherServices/Notaries/Pages/default.aspx

[8] T. Ballarino, op. cit., p. 95 e s.

[9] Aiuta nel definire il concetto quanto oggi previsto in numerosi regolamenti dell’Unione Europea in tema di circolazione degli atti pubblici nello spazio giuridico europeo (così, ad esempio, Reg. 650/2012 sulle successioni, Reg. 2016/1103 e 2016/1104 sui regimi matrimoniale e delle convivenze, Reg. 1111/2019 in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, nei quali è contenuto un articolo di quasi identico tenore tra le definizioni: “‘atto pubblico’: un documento che sia stato formalmente redatto o registrato come atto pubblico in uno Stato membro in relazione alle materie rientranti nell’ambito di applicazione del presente regolamento e la cui autenticità: a) riguardi la firma e il contenuto dell’atto; e b) sia stata attestata da un’autorità pubblica o da altra autorità a tal fine autorizzata”.

 

[10]L’apostille è rilasciata a richiesta del firmatario o del portatore dell’atto. Quando dovutamente compilata, essa attesta l’autenticità della firma, la qualità nella quale l’autore dell’atto ha agito e, se del caso, l’identità del sigillo o del timbro portato dall’atto” [traduzione dell’autore].

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Procure estere: la Cassazione perde una buona occasione ultima modifica: 2019-09-17T10:25:21+02:00 da Redazione Federnotizie