Per la riforma del concorso “ci vuole orecchio”

Le idee di Massimo Caspani (notaio in pensione)

Come tutti, o quasi tutti, ho conosciuto il problema dell’accesso al notariato da studente neo-laureato, quando la scelta di dedicarsi alla professione, spinta dalla normale esaltazione giovanile per questa figura un po’ strana, particolare, ammantata di riservatezza e di non esaltata opulenza si è scontrata con la vulgata fatta di prospettive di studio matto e disperatissimo,  esami insuperabili e senza raccomandazioni, sconfortanti previsioni di una vita professionale da eterno sconfitto, irrealizzato giurista e mal pagato “cireneo della polvere” (Cfr. Corriere della Sera, Cronaca di Milano, 14.3.1979).

Con la vivacità intellettuale e lo spirito dei vent’anni mi sembrava impossibile che non esistesse la CERTEZZA di passare il concorso notarile, beninteso dopo approfondito ed indefesso studio: così cominciò l’affannosa ricerca del Maestro o della Scuola che mi avrebbe assicurato il risultato, con conseguenti viaggi a Napoli et similia per poi finire iscritto alla Guasti, denominazione corrente della allora Scuola di Notariato di Milano (solo poi “della Lombardia”).

Scelta opportuna e felicissima, perché le prove scritte del concorso del 1980 furono le prime dopo moltissimi anni ad avere per oggetto un verbale di assemblea, materia da me ben conosciuta per averne manoscritti una quantità infinita grazie al mio bravissimo, serio e sempre in grigio dominus (in quegli anni, infatti, non sembravano esistere notai giovani).

Passato il concorso, la chiamata alla docenza nella Scuola – in realtà più simile ad un ordine – di Nico De Stefano, grandissimo maestro e poi indimenticabile amico, mi rese convinto di una verità che, come penso ricorderanno molti di voi lettori, non ho mai mancato di ribadire anche pubblicamente: “passare il concorso al 60% è c…”.

Per la legge del contrappasso, mi telefona Arrigo Roveda chiedendomi di scrivere in tema dell’argomento del prossimo convegno nazionale “Il Notariato per le nuove generazioni: idee per l’accesso”.

Dopo una certa esitazione mi accorgo di poter riproporre, aggiornata, un’idea che ho sempre avuto e che mi piace ancora, anche perché non smentisce il principio categorico sopra enunciato, fondato, come tutti sapete, sulla realtà dei fatti.

Fin qui avevo immaginato di poter in qualche modo succedere al grande Franco Cavallone ma, oltre a non aver la sua naturale eleganza, l’argomento impone una certa serietà.

oooOOOooo

Il concorso notarile, come ogni esame, richiede preparazione.

La preparazione viene dall’apprendimento.

L’apprendimento viene dall’insegnamento.

Il luogo dell’insegnamento è la Scuola.

Niente di nuovo, anzi: il fiorire negli ultimi anni delle scuole “private”, tenute da valenti colleghi, ha dimostrato che per superare il concorso notarile occorre una adeguata, profonda e specifica preparazione, che negli ultimi anni le scuole istituzionali non hanno più potuto fornire.

Parlo di superare il concorso, non di formare nuovi notai, per la semplice considerazione che la formazione non è, con le regole attuali, sufficiente ad ottenere la qualifica.

La tensione al superamento del concorso ha portato però ad un insegnamento e ad una preparazione “parcellizzati”, fondati cioè sulla conoscenza dei molteplici singoli problemi che possono formare oggetto di prova d’esame, tratti dalle sentenze più recenti, da argomentazioni dottrinali a volte marginali, ora anche dalle massime delle varie commissioni notarili: si è data meno importanza, invece, alla crescita del candidato nella capacità di utilizzare le nozioni apprese come mezzo per la soluzione e la motivazione del tema concorsuale.

In altre più semplici parole, benedico ancora la collega che a scuola ci aveva “imposto” di studiare le Dottrine Generali del Diritto Civile del Santoro Passarelli.

Inoltre, l’attuale metodo di preparazione ha influenza anche sulle commissioni di esame, portate a formulare temi la cui soluzione richieda più la conoscenza della singola norma o del singolo caso che la capacità di applicare in primo luogo i principi generali del diritto: sono questi ultimi, però, che ci aiuteranno nella professione, non essendo richiesto al notaio di essere un docente universitario (non me ne vogliano i colleghi della Commissione Massime) quanto piuttosto un competente redattore di contratti ed anche un “facilitatore” nella soluzione preventiva delle controversie.

Dalle semplici considerazioni di cui sopra deve discendere una nuova scuola, unica e coordinata a livello nazionale ma che tenga conto delle peculiarità e delle “specializzazioni” locali: non dobbiamo stabilire se sono più bravi i notai del nord o quelli del sud, se vincano in maggioranza i candidati della scuola di Roma o di quella di Napoli, di Genghini o Viggiani, ma fornire a tutti gli iscritti una preparazione che consenta loro di superare il concorso, magari prevalendo sulle preparazioni “fai da te” e di svolgere la professione sapendo che “l’assemblea di una s.r.l. è totalitaria anche se un socio interviene per delega” (vedi in proposito i dubbi esposti sul gruppo facebook Notai d’Italia).

La nuova scuola prevede nuovi insegnanti: non si può più far leva sul volontarismo dei singoli, i docenti notai devono essere pagati in misura soddisfacente, magari anche in modo da sollecitare quelli portati più all’insegnamento che alla professione.

La centralità ed il supporto del Consiglio Nazionale consentiranno di ridurre i costi di partecipazione alla scuola, che non dovrà comunque essere gratuita.

L’ampia diffusione della videoconferenza permetterà di superare il problema della sede delle lezioni, con l’eliminazione di costi e spese relative.

Le materie di insegnamento sono note, i programmi possono essere facilmente estrapolati da quelli esistenti.

Certo rimarrà il confronto con le scuole “private”, mi sembra però che il notariato abbia già saputo affrontare il mercato.

Pensando al concorso, da sempre ritengo che non debba esistere una sola sede concorsuale: sappiamo tutti molto bene che l’impossibilità di assistere al proprio studio per un lungo periodo è causa del rifiuto di molti validi colleghi a partecipare alla commissione esaminatrice. Potremmo avere più sedi di esame, come per l’abilitazione forense, o la turnazione annuale di sedi diverse.

Tutto è volutamente sintetico e sembrerebbe molto semplice: non sarà così, anche perché è noto che i notai, dopo aver superato il concorso, non pensano più al problema dell’accesso alla professione sino a quando non interessa i loro figli/e: ma le riforme bisogna iniziarle e, come ci ricorda l’immortale Jannacci, “per fare certe cose … ci vuole orecchio”.


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