Non è un paese per cipolle

Il rapporto del Notariato con la Politica conosce fasi storiche alterne: da anni subiamo erosioni di competenze, e nell’ultimo periodo alcune iniziative (prime tra tutte le norme sulla costituzione delle start up innovative e il “ddl concorrenza”) si sono tradotte in un vero e proprio stress test per la nostra categoria, ma non è sempre stato così: basta risalire indietro di pochi anni per ricordare il “decennio d’oro” iniziato con la Legge Mancino del 1993 (che diede al notaio la competenza esclusiva per le cessioni di quote di srl e aziende) e terminato con la riforma del diritto societario del 2003 (nel mezzo: la trascrizione del contratto preliminare, la delega delle esecuzioni, il controllo di legalità degli atti societari).

Prima di allora, al Notariato la Politica chiese – dandogliene la possibilità – di accompagnare il Paese nella diffusione della proprietà immobiliare (accompagnata dal rispetto delle norme edilizie e urbanistiche), nella crescita delle imprese, nella evoluzione dei diritti in seno alle famiglie.

L’osservazione storica dimostra come le deleghe di funzione siano state per moltissimo tempo espressione di un clima politico favorevole e come la situazione sia cambiata in peggio solo nell’ultimo (e piuttosto breve) periodo.

Le scelte politiche adottate dal Notariato istituzionale per fronteggiare questo cambiamento sono state improntate ad una sorta di “strategia della cipolla”: si è accettato che qualche strato esterno venisse staccato per salvare il nucleo centrale.

In certe fasi si è fatto buon viso alle erosioni coltivando progetti di cambiamento che avrebbero consentito un recupero; in altre fasi le erosioni sono state semplicemente accettate come il male minore da subire per non “mettere in liquidazione” la categoria: la scelta costante è stata quella di non esporre il Notariato all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, di non fargli assumere un ruolo politico esplicito e visibile ma, al contrario, di condurre i rapporti coi decisori utilizzando le rubriche telefoniche di qualche collega e gli incontri nei famigerati “corridoi”.

Da febbraio del 2015 questo non è più stato possibile: l’attacco non è arrivato da un comma nascosto in un “milleproroghe” o da un emendamento fuori tema di qualche singolo parlamentare.

L’attacco è arrivato in prima serata, sui telegiornali e sul web, da parte del Premier in persona.

E il Notariato – senza esservi preparato – si è trovato di fronte alla necessità di cambiare abitudini, tempi di reazione, alleanze e linguaggi: la nostra funzione era diventata un argomento mediaticamente forte, da cavalcare per metterla in discussione e in ridicolo.

Oggi l’emergenza appare meno urgente, perché il dolore di ogni schiaffo col tempo si attenua e perché, grazie a quei cambiamenti prodotti su noi stessi, siamo riusciti a far capire cosa in quell’attacco non funzionava, non per noi ma per il Paese.

E siccome non si può vivere sempre in stato di massima tensione, torna a diffondersi l’idea per la quale la “strategia della cipolla” sia un’opzione preferibile rispetto ad una linea che esponga il Notariato alla luce dei riflettori.

Ritengo che questa visione sia antistorica e possa solo essere fallimentare, per una serie di ragioni:

– perché chi ci attaccava in quella sera di febbraio ci ha fatto involontariamente il regalo di rendere i notai e la loro funzione appetibili (ancora oggi) per i media. La stampa, la radio la TV e il web ci offrono continuamente spazi: e in politica vince chi gli spazi li occupa per affermare e rendere “virali” le sue idee;

– perché nel Paese il sostegno (molto spesso costruito ad arte) verso le tesi iperliberiste si sta rapidamente attenuando.

Una Politica che va a braccetto con le banche, o che addirittura fa condizionare la sua azione dalle loro richieste ed esigenze, condanna se stessa ad una vertiginosa perdita di popolarità e di consensi.

Per questa ragione – anche opponendosi, insieme ad altri, alle sue manifestazioni di “arrogante muscolarità” (come la pretesa che le Casse previdenziali private investano nel salvataggio delle banche bersaglio di speculazione) – è decisivo conquistare posizioni presso l’opinione pubblica prendendo le distanze da quella Politica, non contro le Istituzioni del Paese ma promuovendo in modo esplicito l’adozione da parte loro di scelte di segno opposto (facendo tesoro dell’inestimabile patrimonio di relazioni esterne che abbiamo costruito durante l’emergenza);

– perché l’utilità del notaio deve essere manifestata e dimostrata apertamente.

Le norme sulle unioni civili e sulle convivenze e quelle sul “dopo di noi” sono caratterizzate da profonde lacune che richiedono prontezza e capacità non solo nella interpretazione, ma nell’applicazione che passa dal riempimento di quelle lacune.

Siamo di fronte ad una vera sfida sociale, che possiamo vincere giocando un ruolo di portata analoga a quella che il Notariato ebbe ai tempi della riforma del diritto di famiglia del 1975.

Per riuscirci, anziché limitarsi ad attività di studio e a interviste di taglio comunque troppo tecnico, i notai italiani devono avere il coraggio e il piacere di incontrare le persone in tutto il territorio, per aiutarle a risolvere problemi e a realizzare progetti;

– perché una categoria che qualifica la tutela dei soggetti deboli come essenza della propria funzione deve avere il coraggio di esporsi per denunciare ogni rischio di maggiore squilibrio nei rapporti sociali ed economici.

Rispetto alle norme introdotte recentemente per favorire la soddisfazione dei diritti di credito (finalità di per sé condivisibile, per chi come i notai crea titoli esecutivi) la reazione del Notariato non può esaurirsi in raffinate analisi sulle possibili forzature del divieto del patto commissorio, ma deve comprendere – sul piano politico, non giuridico – la chiara denuncia del fatto che questi nuovi strumenti di tutela siano riservati alle banche e alle società di leasing da esse controllate, non potendo funzionare per i creditori diversi da loro;

– perché una categoria che agisce in via preventiva a difesa della legalità deve avere il coraggio di chiarire, nell’ambito della comunicazione esterna, che l’impugnazione delle norme sulle start up innovative poggia su solidissime ragioni politiche, e non solo su rilievi – sia pure fondati – di natura giuridica (come invece è stato dichiarato);

– infine, perché un Notariato che voglia seriamente affrontare la sfida della concorrenza (da parte di altre categorie e al proprio interno) deve darsi la forza di sovvertire la prassi che fino ad oggi ha visto l’Autorità Antitrust intervenire contro i Consigli Distrettuali su iniziativa di loro singoli iscritti, invertendo i ruoli di chi agisce e di chi subisce il procedimento; e deve dotarsi – per prevenire la concorrenza sleale e gli abusi di posizioni dominanti – di un nuovo codice deontologico che offra ai titolari delle funzioni di controllo strumenti efficacissimi e che sia improntato a criteri di valutazione sostanziale delle condotte conosciuti anche al di fuori della categoria.

Il Presidente Salvatore Lombardo ha più volte messo l’accento sulla necessità che il Notariato si affermi nella società per la sua utilità.

Il CNN ha adottato una delibera molto importante per portare a compimento la riforma del codice deontologico.

Auspico che nel perseguimento di entrambi gli obiettivi i nostri rappresentanti sostituiscano la “strategia della cipolla” con la “strategia del peperoncino”: rende allegri, fa bene al cuore, ed è passionale. La cipolla, quando qualcuno la taglia, fa piangere.

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Non è un paese per cipolle ultima modifica: 2016-07-29T15:49:45+02:00 da Carmelo Di Marco