Le persone e le funzioni: una nuova visione

Congresso Federnotai 25 novembre 2017

ANTICIPARE IL FUTURO.

OTTO IDEE PER LA POLITICA DEL NOTARIATO

Questo è il mio discorso di fine mandato: dovrebbe essere il momento di fare bilanci, di esprimere considerazioni conclusive, di ringraziare le persone che sono state al mio fianco. Forse è un po’ atipico, ma comincio proprio con i ringraziamenti, prima che l’emozione mi tradisca e mi faccia dimenticare qualcuno.
Comincio dalla mia Giunta, per una ragione ben precisa su cui si fonda – molto più che sui tanti momenti di sintonia e sui pochi momenti di dialettica tra posizioni differenti – il rapporto personale e politico che mi lega a ciascuno dei suoi membri. Nella nostra categoria ci sono quelli che colgono i momenti di tensione e di emergenza per provocare spaccature; ci sono quelli che in quei frangenti si propongono come eroi salvifici, tanto ricchi di applausi quanto privi di risultati; e poi ci sono quelli che si impegnano per affrontare veramente i problemi, facendosene carico per tutti, portando a vantaggio di tutti i risultati positivi e tenendo su di sé la responsabilità per quelli negativi, scegliendo di sacrificare la propria popolarità. La nostra Giunta appartiene a questo terzo gruppo, e farne parte è stato tanto importante quanto difficile. Io che l’ho guidata me ne rendo conto perfettamente e voglio che ai miei compagni arrivi la gratitudine che meritano.
Proseguo con le Associazioni sindacali regionali e i loro iscritti: il congresso di oggi è il punto di partenza di un progetto politico, ma è anche il punto di arrivo di un processo di democrazia partecipativa che il Notariato italiano non aveva mai sperimentato, che ha coinvolto circa duemila colleghi che in ogni parte del Paese hanno partecipato agli incontri preparatori. Se questo è stato possibile, è in larga parte dovuto alla presenza del nostro sindacato sul territorio. E permettetemi di dedicare un pensiero ai colleghi dell’associazione sindacale della Lombardia, che dopo dieci anni ancora aspettano che io, almeno qualche volta, “mi taccia”.
Voglio ringraziare Fabiana D’Agostino per la sua dedizione e la sua intraprendenza che vanno molto al di là dei compiti previsti dal suo lavoro per Federnotai e per avermi offerto, soprattutto nei passaggi più delicati della mia presidenza, un sostegno e un incoraggiamento che si basavano sulla piena comprensione di quei momenti.
E grazie a Maddalena Narduzzi, per la capacità di superare la timidezza con la voglia di proporre e di mettere in pratica idee innovative. Ad Andrea Stopponi, per avere supportato con la tecnica e la curiosità questo strano notaio desideroso di comunicare.
A Silvia Scafati, Erminia Chiodo, Chiara Cinti e Massimiliano Levi per averci aiutato a comunicare quando non ne avevamo gli strumenti, in un momento in cui collaborare con Federnotai dall’interno dell’organizzazione del CNN non era propriamente una scelta “comoda”.
Ringrazio Manuela Izzo per la passione, l’intelligenza e la libertà. E perché mi fa imparare e capire tantissime cose, senza avere mai l’atteggiamento di chi me le vuole insegnare.
Voglio ringraziare Renato Carraffa, per la sua responsabilità e per la sua onestà intellettuale: caratteristiche per le quali capita di pagare un prezzo, ma che permettono di fermarsi davanti ad uno specchio senza le difficoltà che invece molti incontrano.
Grazie alla redazione di Federnotizie, perché smentendo l’individualismo diffuso nella nostra categoria è un esempio invidiabile di come il lavoro di gruppo possa produrre risultati eccellenti. Al direttore Alessandra Mascellaro e al futuro direttore Domenico Chiofalo, perché sono le sole due persone alle quali ho permesso di litigare con me: è un’impresa difficile, e non avrebbe potuto succedere senza un’amicizia e un apprezzamento incondizionati.
Grazie alla persona che ha il merito – o la colpa, dipende dai punti di vista – di avermi accolto nel Sindacato: Nicoletta Ferrario, che sarà sempre la “mia” presidente e soprattutto la mia maestra di ironia e di leggerezza.
E già che siamo in tema, grazie ad Antonio Di Lizia, perché la cultura e il suo valore politico non hanno mai avuto bisogno di toni seriosi, ma di creatività e fantasia.
Grazie ai miei predecessori, ben cinque dei quali oggi ci onorano con la loro presenza a dimostrazione del fatto che Federnotai ha radici ben piantate nella storia del notariato: a Grazia Prevete e ad Egidio Lorenzi, per la loro fiducia e la loro presenza costante, mai vistosa, al mio fianco.
A Lauretta Casadei, perché i suoi richiami all’importanza dell’unità del notariato – che io attribuivo al suo carattere molto più inclusivo del mio – oggi mi sono chiari in tutta la loro valenza politica.
Grazie ad Ezio Leotta, perché deve sopportare la responsabilità che io lo consideri il mio maestro di politica e di etica, e so di non essere un allievo disciplinato né facile.
Da ultimo, voglio ringraziare il quinto ex presidente che è venuto qui oggi, Luciano Amato, insieme alla nostra collega Marina Montelatici, per il loro coraggio. Luciano ha la passione per il rally; Marina ha la passione per le salite sulle nostre montagne: la loro presenza qui oggi è un po’ come la vittoria di una corsa piena di curve o come il superamento di una salita molto ripida. E io sono semplicemente felice che ci siano.

Impegno, presenza sul territorio, dedizione, intraprendenza, sostegno, incoraggiamento, idee innovative, curiosità, comunicazione, passione, intelligenza, libertà, responsabilità, onestà intellettuale, lavoro di gruppo, amicizia, ironia, leggerezza, cultura, creatività, fantasia, radici, fiducia, unità, politica, etica, coraggio: non sono soltanto le ragioni dei miei ringraziamenti, sono i valori e i principi fondanti della nostra Federnotai che – mentre i presidenti, come è giusto che sia, passano – resteranno sempre basilari per un’organizzazione realmente sindacale che non concentra la sua forza sul carisma di un leader.

Sono i valori e i principi sui quali si fonda la visione politica futura della quale, anziché annoiarvi con i miei bilanci di fine mandato, voglio parlarvi oggi.

Dopo lunghi decenni durante i quali la Politica aveva premiato il Notariato con ripetute scelte legislative che avevano collegato la sua funzione al raggiungimento di obiettivi di interesse generale, da oltre dieci anni la nostra categoria si trova nella necessità di difendersi, faticando molto a recuperare posizioni.

Ne abbiamo discusso in molte occasioni, cercando le spiegazioni nel rapporto tra il Diritto e l’Economia squilibrato a favore di quest’ultima; nella scelta iper-liberista di sacrificare le certezze dei diritti dei soggetti più deboli (e anche del ceto medio); nelle decisioni miranti alla privatizzazione delle funzioni pubbliche; nella diffusa accettazione culturale della violazione delle regole. Tutte ricostruzioni fondate, ma se dopo dodici anni elaborarle non è stato sufficiente per trovare i rimedi, dobbiamo farci venire il dubbio che siano parziali. E ammettere che nella nostra riflessione hanno finora trovato spazio solo le spiegazioni che collocano al di fuori del Notariato le cause della crisi della nostra considerazione presso la Politica.

Durante la mia esperienza al vertice di Federnotai ho affermato in ogni sede e al cospetto di chiunque il valore della nostra funzione, ma senza atteggiamenti di pura protezione. Non ho mai pensato che noi notai fossimo i “buoni” aggrediti da tutti gli altri, “cattivi” in quanto non disponibili a capirci e a rispettarci.

Penso da sempre che la comprensione e la valorizzazione della nostra funzione dipendano dalla nostra capacità di migliorarci e dalla nostra disponibilità ad abbandonare i sentimenti autoreferenziali e gli abiti mentali comodi. Perché ci fanno commettere errori di prospettiva nel nostro modo di conoscere il mondo e, quindi, nell’adottare le nostre scelte politiche.

Primo giorno di scuola: gli insegnanti vogliono “rompere il ghiaccio” per iniziare a conoscere i loro alunni e rivolgono loro la più classica delle domande. Si rivolgono ad una bambina e le chiedono “Cosa vorresti fare da grande?” “La scienziata!” “Che bello, e perché?” “Perché voglio far guarire tutte le persone che si ammalano!”. Applausi.

Poi, rivolgendosi ad un bambino “e tu, cosa vorresti fare?” “L’ingegnere” “Bravo, e perché?” “Voglio portare l’acqua nel deserto e farlo diventare un grande campo da coltivare”. Ovazioni.

E’ il turno del terzo bambino. “E tu? Hai pensato a cosa vorresti fare da grande?” “Il notaio!” “Benissimo, e perché?” “Perché voglio rendere affidabili i pubblici registri.”. Nella classe scende il silenzio.

I primi due bambini hanno espresso un sentimento politico, e questo provoca entusiasmo e ammirazione. Il terzo bambino non è riuscito a far comprendere l’importanza del suo obiettivo, perché dalle sue parole è emerso solo un meritevole e scrupoloso attaccamento alla tecnica.

Ecco, il terzo bambino siamo noi. Non ci credete? Nel 2012, in occasione del primo congresso di Federnotai presieduto da Lauretta Casadei, distribuimmo un questionario articolato su otto domande a risposta multipla. Alla domanda “quale di queste affermazioni useresti per spiegare l’importanza della funzione notarile?”, il 68,40% dei partecipanti scelse l’affidabilità dei pubblici registri (obiettivo tecnico), solo il 2,83% optò per la realizzazione dei diritti di credito (obiettivo politico). Chiedemmo di rispondere anche ai colleghi non presenti, inviandoci via mail i questionari compilati: la forbice tra le due risposte si allargò ancora.

Ma il problema vero non risiede nell’obiettivo espresso dal terzo bambino, che anzi riscuote tutta la nostra (sia pure interessata) simpatia. I problemi veri sono due: la maggiore considerazione che gli altri due bambini suscitano negli insegnanti, nei compagni e tra i genitori di questi ultimi; e soprattutto l’incapacità del terzo bambino di spiegare il suo obiettivo – che pure è importantissimo – esprimendo un sentimento politico; peggio ancora, la sua incapacità di capire quanto ciò sarebbe stato necessario per non trovarsi fin dall’inizio a doversi difendere e a dover dimostrare qualcosa in più rispetto agli altri.

Quel bambino crescerà e trascorrerà dodici anni a difendersi e a dimostrare qualcosa in più degli altri, ma ovviamente nessuno gli riconoscerà nulla più che agli altri (e forse succederà il contrario). Quando sarà diventato adulto e avrà coronato il suo progetto, per esprimere il suo eroismo romantico inseguirà ogni giorno un nuovo record di velocità nella pubblicità dei suoi atti e anticiperà di tasca sua somme ingenti, al cui mancato recupero potrà dedicare, nei casi più fortunati, pensieri leopardiani.

Non fraintendetemi: sono stato schierato anche io in difesa e non ironizzerei mai sui linguaggi che in quella situazione si rendono necessari. Proprio per questo ho compassione (nel senso etimologico del termine) per quel bambino diventato notaio che affermerà il suo “orgoglio” di “essere notaio” e non di “fare il notaio”.

Eccoli, gli abiti mentali difensivi e i sentimenti autoreferenziali a cui conduce l’attaccamento esclusivo alla tecnica. Maledetta tecnica.

Eppure chiunque capirebbe che la perfezione tecnica merita apprezzamento, produce valore, crea sicurezza. Perché allora il suo perseguimento non può essere considerato un sentimento politico entusiasmante? La risposta è semplice: perché la perfezione tecnica del notaio è un dovere, è il suo compito minimo, deve potersi considerare scontata. Poco importa se questo compito minimo è anche difficilissimo: il notaio ci fa pagare per questo, e se non riesce a farsi pagare abbastanza è colpa sua; non ci chieda anche di entusiasmarci e di applaudire perché fa il suo dovere.

E gli altri bambini, allora? Beh, guarire tutti coloro che si ammalano o rendere il deserto un campo coltivato non sono dei doveri, vanno molto oltre i compiti che si possono plausibilmente assegnare a quei due bambini pretendendo che li svolgano. I loro sono obiettivi politici, e quindi il loro massimo impegno (possibilmente accompagnato dall’onestà) basterà perché quella scienziata e quell’ingegnere siano apprezzati.

Sarei ingeneroso, anche verso me stesso e verso Federnotai, se dicessi che durante questa fase difensiva durata dodici anni il Notariato abbia utilizzato solo l’argomento della perfezione tecnica. Ne ha usati altri: cito tra i tanti la difesa della legalità e l’analisi comparativa, anche di natura economica, tra il nostro sistema di controlli preventivi e altri sistemi che ne sono privi.

Dico però che non è un caso se più ci si allontanava dalle argomentazioni di natura tecnica, più si riscuoteva apprezzamento e si costruivano alleanze. E che se questo è stato vero nei momenti in cui era strettamente necessario posizionarsi in difesa perché era in gioco la sopravvivenza, ancora più vero sarebbe se il Notariato esprimesse contenuti politici lontani dalla tecnica nei periodi in cui – oltre ad impedire che qualcuno distrugga – è possibile contribuire a costruire.

Io penso che questo sia un periodo in cui si può, e si deve, costruire. Le dottrine iper-liberiste che hanno dominato i processi decisionali negli ultimi venti anni hanno provocato ferite sociali e disuguaglianze tanto profonde, un impoverimento e una perdita di diritti tanto diffusi, da rendere un cambio di rotta necessario ed urgente per la sopravvivenza stessa dei sistemi nei quali quelle teorie hanno avuto maggiore successo. Un cambio di rotta che, in tutto il mondo occidentale, cerca voci e linguaggi per essere espresso e affermato, e di fronte al quale le oligarchie – consapevoli che gli argomenti di inizio secolo hanno perso tutto il loro fascino e la loro spinta propulsiva – reagiscono sfruttando a loro vantaggio i populismi e le tentazioni autoritarie che scaturiscono proprio dalla povertà materiale e spirituale che esse stesse hanno creato e diffuso.

Le maggiori democrazie occidentali attraversano tutte una profonda crisi: pensiamo agli Stati Uniti di Trump che non riconoscono più se stessi; al Regno Unito della Brexit nel quale il bipartitismo plurisecolare è crollato; alla Francia guidata da un leader che si è insediato al governo con i voti favorevoli di circa un quinto degli aventi diritto; alla Spagna dilaniata dalle spinte autonomiste della minoranza più ricca; alla Germania, dove l’avanzata impetuosa dei partiti nazionalisti evoca ricordi terrificanti e a distanza di oltre due mesi dalle elezioni non si riesce a formare una coalizione di governo.

E all’Italia, che dopo la stagione necessaria dei governi tecnici e un quinquennio in cui la forza politica di maggioranza ha scelto di abbandonare il proprio blocco sociale di riferimento pur di continuare a governare, si prepara ad eleggere un Parlamento in un clima e con regole nuove creati apposta perché nessuno vinca e nessuno perda davvero.

Nella Storia, le gravi crisi politiche conseguenti alle grandi crisi economiche sono state risolte in due modi: con le dittature e con le guerre. Ma questo succedeva prima che le democrazie occidentali si dotassero di anticorpi normativi e valoriali che impedissero quelle due soluzioni. Anticorpi tra i quali rientrano a pieno titolo l’affidamento di funzioni pubbliche a figure selezionate e controllate per essere imparziali; e la partecipazione dei ceti intellettuali ai processi decisionali.

Il Notariato fa parte di quelle figure terze e – anche se forse ce ne siamo dimenticati, un po’ per pigrizia, un po’ perché distratti per molto tempo dalle soddisfazioni di carattere materiale – del ceto intellettuale del nostro Paese: per questo deve avvertire la necessità e la propria capacità di partecipare alla costruzione del superamento della crisi politica. E lo stesso deve valere a livello continentale e planetario, mettendo a frutto in questa chiave l’impegno del CNUE e della UINL.

So bene che finora ho detto cose sulle quali è fin troppo facile essere tutti d’accordo. Ma come perseguire questo obiettivo? Quali linguaggi usare e a quali voci affidarli? Quali contenuti promuovere?

Io credo che la risposta risieda in un passaggio che dobbiamo compiere: il passaggio dalla considerazione della funzione notarile come “fine” alla sua proposta come “mezzo” per conseguire obiettivi più alti e di interesse più generale. Dobbiamo aiutare il terzo bambino a definire in un modo politico le ragioni per cui desidera fare il notaio.

Questo Congresso è stato incentrato sulla discussione di otto idee per la Politica del Notariato: alcune di esse attengono a profili solo interni alla categoria; altre potrebbero ispirare scelte orientate ad effetti anche esterni.

Ora che il Congresso è finito, segnando di fatto anche la fine del mio mandato presidenziale, anziché parlare di bilanci preferisco proporre una nuova prospettiva di impegno: l’impegno a costruire, insieme ad altri (da cercare non solo, ma soprattutto, tra le figure terze e nel ceto intellettuale del Paese) una Politica “col” Notariato e “dal” Notariato, partendo dall’individuazione di altre “idee” rispetto alle quali il contributo dei notai costituisca appunto il “mezzo” (non l’unico, e non necessariamente il più importante e utile) per il conseguimento di obiettivi di interesse generale, rispetto ai quali la Politica dei partiti e delle Istituzioni – concentrata sull’urgenza della governabilità – risulti bisognosa e desiderosa di idee e di persone.

Perché questa prospettiva di impegno abbia un senso e possa avere successo, le “idee” – per attrarre interesse e adesione – devono ispirarsi ad interessi collettivi di primaria importanza, e consentire alla funzione notarile di essere davvero un “mezzo” utile in vista del risultato. Provo ad elencare otto argomenti ai quali potremmo collegare “otto idee” che abbiano queste caratteristiche:

  1. l’amministrazione e la tutela del territorio, dell’ambiente e del patrimonio artistico-culturale; e la riforma delle norme in materia edilizia e urbanistica;
  2. i diritti delle persone e la tutela dei soggetti deboli;
  3. la semplificazione e la razionalizzazione dei tributi;
  4. la semplificazione della Pubblica Amministrazione;
  5. la riforma del diritto successorio;
  6. la riforma dei diritti reali;
  7. l’applicazione del principio di sussidiarietà al processo civile, con particolare riferimento all’assunzione delle prove;
  8. gli incentivi alle imprese e alla loro crescita in settori strategici.

L’elenco ovviamente potrebbe arricchirsi: per trovare un indice ricco di argomenti a cui ispirarsi basta leggere la Costituzione e puntare al riconoscimento esplicito – che come alcuni sanno considero da sempre un obiettivo primario – della rilevanza costituzionale della nostra funzione.

Penso ad un Notariato che, insieme ad altri soggetti e gruppi, affronta questi temi con approccio sostanziale, partecipando non solo alla discussione pubblica sugli obiettivi da coltivare, ma anche alla elaborazione di proposte normative da indirizzare alla Politica delle Istituzioni, informandone l’opinione pubblica. Proposte di qualità talmente elevata da rendere il loro rifiuto o la disattenzione rispetto alle stesse un motivo di responsabilità politica e di perdita di consensi.

In un articolo su Federnotizie di qualche mese fa, Arrigo Roveda ci esortava – facendo riferimento alla poca profondità del linguaggio politico, troppe volte dovuta alla obbligatoria sintesi di un post o di un tweet – a dare un contributo migliorativo dei contenuti occupandoci di scrivere noi il “centoquarantunesimo carattere”. Ecco, io penso che possiamo e che dobbiamo farlo, e che non saremo affatto soli.

E che lo sapremo fare se ci libereremo dall’attenzione ossessiva alla tecnica, e se ci concentreremo sugli obiettivi sostanziali (per esempio, una definizione del concetto di regolarità urbanistica/edilizia che consenta soluzioni omogenee, rigorose e al tempo stesso non mortificanti per il mercato) e non sugli obiettivi formali (come la allegazione o meno di un documento o di una relazione tecnica).

E penso che la realizzazione di questa visione dovrà coinvolgere l’impegno tanto dei nostri Organi Istituzionali quanto del nostro Sindacato, nell’ambito di un rapporto di collaborazione finalmente fisiologico, che – individuati gli obiettivi comuni – porti a distribuire i compiti tra gli uni e l’altro rispettando il ruolo istituzionale dei primi e premiando lo spirito di iniziativa e la velocità di pensiero e di azione del secondo.

Un rapporto diametralmente opposto a quello che nel recente passato ha portato a scaricare le tensioni presenti all’interno delle nostre Istituzioni sul Sindacato, sottoponendolo a fortissime spinte frazionistiche e a processi politici di matrice inquisitoria (istruiti anche con la divulgazione all’interno della categoria di informazioni false) dai quali si sarebbe potuto difendere solo con la “probatio diabolica” di non avere coltivato obiettivi che, appunto, non aveva coltivato.

Un rapporto patologico certamente figlio dell’emergenza e degli errori che essa ha provocato, che ha portato in alcuni momenti a negare la nostra buona fede, mentre noi l’abbiamo sempre presunta negli altri; e che – lo dico senza falsa modestia – è stato superato grazie al nostro altissimo senso di responsabilità e alla nostra capacità affrontare i passaggi più critici e le decisioni più delicate con lucidità, senza mai coltivare il nostro interesse di parte, anche rischiando di sbagliare.

Nel mio intervento al Congresso Nazionale di Palermo ho difeso le prerogative del Consiglio Nazionale e al tempo stesso l’ho esortato ad esercitarle in modo pieno. Ho voluto e ho potuto farlo perché ora che l’emergenza è terminata considero un mio preciso impegno verso chi mi succederà e verso i nostri vertici istituzionali il consolidamento di quel rapporto fisiologico a cui facevo riferimento.

Non significa che Federnotai abdichi alla sua funzione di sollecitazione, di espressione del dissenso costruttivo e di manifestazione delle preoccupazioni e delle critiche; significa affermare a beneficio di Federnotai e dei nostri Organi Istituzionali il principio per cui non può esserci critica senza lealtà e non può esserci proposta senza affidabilità. Perché chi è leale e affidabile può aspettarsi e pretendere lealtà e affidabilità.

Un principio che si collega alla consapevolezza del fatto che chi ha ruoli di responsabilità – sia a livello istituzionale che a livello associativo – è chiamato ad adottare decisioni sapendo che incideranno sulla vita di tutti i colleghi, delle loro famiglie e dei loro collaboratori; e che chi presiede un Organo Istituzionale o una Associazione di Categoria prende spesso quelle decisioni da solo, per via dell’urgenza e comunque per la scelta di esporre solo se stesso facendo scudo agli altri.

La realizzazione della visione politica, certamente impegnativa, che vi propongo richiede coraggio, fantasia e coesione. Lo spiegano meglio di come saprei fare io le parole pronunciate da Luciano Lama nel suo ultimo discorso da Segretario della CGIL (non oso paragonarmi a lui, ovviamente; ma i modelli a cui ispirarsi devono essere i più alti): “non abbiate mai paura delle novità; non rifiutate la realtà perché vi presenta incognite nuove e non corrisponde a schemi tradizionali magari profondamente radicati in voi; sappiate che questi sono comodi magari, ma sicuramente ingannevoli. Non rinunciate alle vostre idee almeno fin quando non ne riconoscete altre migliori e in quel momento ditelo, perché questo è essenziale: un dirigente sindacale è un uomo come gli altri e se i lavoratori lo riconosceranno come uno di loro, in quel momento capiranno anche gli errori”. Il nostro è un piccolo sindacato datoriale, ma il senso di queste frasi si adatta perfettamente anche alla nostra esperienza.

Per avere un approccio sostanziale e non formale, per proporre la nostra funzione come il mezzo e non come il fine (che peraltro sarebbe solo nostro…) c’è bisogno anche di un approccio culturale diverso, della curiosità verso fenomeni che conosciamo poco e verso linguaggi che non siamo abituati ad utilizzare.

Il nostro Congresso del 2016 – nel quale abbiamo dato spazio al linguaggio della letteratura per ragazzi per spiegare il nostro ruolo a tutela della legalità, allo storytelling del valore creato dall’intervento del notaio, e al suo inserimento nell’ambito di processi democratici innovativi incentrati sulla partecipazione e non sulle dinamiche elettorali – è stato un esperimento che considero molto importante. I suoi contenuti sono stati troppo frettolosamente giudicati come “culturali” e non “politici”, quando era vero il contrario: è compito di chi ha li ha proposti esserne più convinto e promuoverne l’approfondimento.

Dobbiamo partire dai principi, dai valori e dai concetti che ci stanno a cuore non come notai, ma come persone, perché è ad altre persone che offriamo il nostro servizio e perché è con altre persone che dovremo confrontarci. Ecco perché – lo dico senza alcun intento ironico o dissacrante verso chi la pensa diversamente – è importante uscire da quella definizione che ci fa dire di “essere” notai e riscoprire di essere donne e uomini (pieni di sentimenti, di interessi, di occupazioni, di aspirazioni e di rapporti) che “fanno” i notai.

Questo anno, per me, si è aperto con una fine dolorosa e soprattutto umiliante che ha riguardato la mia sfera personale e familiare, e si conclude con una fine molto coinvolgente sul piano emotivo e per certi versi complicata che riguarda la mia sfera pubblica. Avrebbe potuto essere un anno dedicato a rimpianti, bilanci e valigie. Al contrario, dei miei tre anni alla presidenza di Federnotai è stato certamente quello caratterizzato dalla maggiore progettualità e dalla migliore creatività, e quindi dai risultati più gratificanti, non solo sul piano politico ma anche e soprattutto sul piano umano, morale e sentimentale.

A tutti noi capita, nel corso della vita, di attraversare periodi in cui sembra di avere già sparato le cartucce migliori e di avere già avanzato le proposte più efficaci. Sono i periodi in cui, anziché prepararsi solo a defilarsi e a cercare un po’ di sano distacco, è importantissimo restare sensibili agli stimoli che regalano nuove risorse intellettuali e nuove energie per utilizzarle. Stimoli che possono provenire dall’incontro con una persona, da un libro che si legge, da una canzone che si ascolta, da una discussione a cui si partecipa, da un paesaggio che si guarda.

Sono i periodi in cui quello che ci piacerebbe succedesse deve contare più di quello che è già successo; in cui quello che non conosciamo deve importare più di quello che sappiamo già. Restare disposti alla sorpresa è decisivo. Io l’ho fatto e sono sicuro che questo anno potenzialmente difficile sia stato bellissimo proprio per questo.

Qualcuno si starà chiedendo perché io abbia dedicato il passaggio conclusivo del mio discorso ad una riflessione di carattere personale. Rispondo dicendo che queste mie ultime parole non sono solo questo, e che invitando ciascuno di voi a cercare la sua visione del futuro mettendo la sua persona al di sopra della sua funzione ho espresso il concetto più politico che mi abbiate sentito trattare in questi anni. Il concetto più politico di cui probabilmente sono capace.

Buona fortuna a tutti.

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Le persone e le funzioni: una nuova visione ultima modifica: 2017-11-26T10:28:56+00:00 da Carmelo Di Marco