L’accesso che vorrei (o quello che non vorrei più)

Le idee di Elena Peperoni (iscritta a ruolo nel 2006)

Riforma dell’accesso, riforma del concorso, riforma della pratica notarile: se ne parla da tanto, troppo tempo.

Non è facile immaginare una riforma complessiva dell’accesso al notariato.

Ogni volta che si leggono proposte di modifica avanzate da singoli o gruppi di Colleghi, si scatenano numerose critiche – anche sui social frequentati dalla categoria – che portano a ritenere che questa riforma non sia sentita poi come così necessaria o comunque che a tanti colleghi la riforma non interessi. Ci si limita però a dire “questo no”, “quest’altro no”, senza tuttavia avanzare proposte organiche di riforma della materia.

Neppure io possiedo la ricetta “giusta” per una riforma, ma ritengo che una revisione sia a questo punto imprescindibile, e come me lo ritiene evidentemente anche il Consiglio Nazionale, che ha deciso di dedicare il prossimo congresso interno alla categoria proprio a questo tema.

E che una qualche riforma sia necessaria mi pare lo si evinca anche dalla perdita di appeal della nostra professione tra i giovani, dal drastico calo delle “vocazioni”, dovuto non solo alle modalità di accesso e di svolgimento del concorso, ma sicuramente anche a questo.

Ma come intervenire? A mio parere, la riforma dell’accesso investe una complessiva rivisitazione di tutto il procedimento che porta (o potrebbe portare) al superamento del concorso ed all’entrata in esercizio.

Innanzitutto, partire dalle scuole superiori: organizzare incontri con i ragazzi, spiegare loro chi è e cosa fa il Notaio. Nella mia esperienza di Consigliere Distrettuale, insieme ad altri Colleghi ho avuto occasione di frequentare alcuni istituti scolastici della mia città non soltanto per fare orientamento, ma piuttosto per dialogare con i ragazzi della nostra professione, con un approccio più vicino a loro: la risposta è stata veramente sorprendente! Abbiamo trovato studenti molto reattivi, partecipativi e coinvolti da ciò che abbiamo raccontato loro del nostro percorso.

Poi, una riforma della facoltà di giurisprudenza, con l’introduzione di corsi specifici, dedicati al “diritto notarile”, che sappiano coniugare segmenti teorici, sia dottrinali che giurisprudenziali, con parti pratiche.

Successivamente, la riforma della pratica: la frequentazione dello studio da parte dell’aspirante notaio non deve limitarsi a una visita una tantum al dominus, per far sottoscrivere il relativo certificato (e qui, ovviamente, non stigmatizzo solo il comportamento dei praticanti, ma anche e soprattutto quello del notaio, che si presta a comportamenti che nuocciono all’intera categoria).

Una pratica effettiva e concreta, che passi per tutte le fasi che portano alla stesura dell’atto: dall’istruttoria della pratica, che inizia con il colloquio con le parti per l’indagine della loro volontà, con la raccolta e la verifica dei documenti, con l’effettuazione delle visure ipocatastali ventennali, per arrivare alla redazione dell’atto con il suo inquadramento giuridico ma anche fiscale, e che si conclude poi con la repertoriazione e l’esecuzione delle successive formalità.

E lo stesso dovrebbe valere per il tirocinio, che deve rappresentare un vero e proprio percorso all’interno dello studio notarile, propedeutico al successivo svolgimento della professione, percorso che, oltre ad affinare la sensibilità giuridica del futuro notaio, gli garantisca altresì una preparazione sotto il profilo deontologico ma anche “umano”, nella propensione all’ascolto del cliente per intercettarne le reali esigenze.

La valutazione circa l’effettivo svolgimento della pratica e del tirocinio potrebbe essere effettuata mediante un colloquio periodico da sostenere di fronte ai componenti del Consiglio Notarile Distrettuale.

Di pari passo con la pratica, la preparazione per superare il concorso: sotto questo profilo, senz’altro apprezzabile lo sforzo del CNN per l’istituzione di una Scuola Nazionale, che, a mio parere, con la propria gestione diretta fornisce maggiori garanzie di formare giovani preparati, oltre che dal punto di vista scientifico, anche secondo principi deontologici propri della pubblica funzione.

Da ultimo, le prove vere e proprie del concorso: in primis, lo svolgimento della prova scritta con modalità informatiche in modo da garantire maggiore celerità nella correzione degli elaborati e, di conseguenza, tempi ridotti tra lo svolgimento di un concorso e l’altro, e una più rapida conclusione del percorso di accesso alla professione.

Rimangano pure le tre prove scritte: reintrodurrei, però, a seguito della Riforma Cartabia, se non una vera e propria prova specifica di volontaria giurisdizione, quanto meno elementi di tale materia nella prova inter vivos; mi parrebbe inoltre opportuno, senza che ciò vada a discapito della solida preparazione teorica che il candidato deve possedere e che il concorso deve testare, ricondurre le tracce a una maggiore aderenza alla realtà dei nostri Studi, impegnando il candidato anche nella risoluzione di problemi di taglio più pratico, sia pure sempre intrecciati alle imprescindibili nozioni di carattere teorico (penso, per esempio, come già proposto dall’Associazione Sindacale della Lombardia, alla lettura e “interpretazione” di visure camerali, catastali ed ipotecarie); imprescindibile, poi, la conoscenza del diritto tributario, che sempre più orienta nella prassi la scelta per un negozio giuridico o un altro (e questo mediante introduzione nella prova scritta di elementi di carattere tributario, relativamente alle imposte indirette, e nella prova orale, anche sotto il profilo delle imposte dirette).

Da ultimo, altrettanto imprescindibile, nell’epoca in cui viviamo, la conoscenza di almeno una lingua straniera e del diritto internazionale privato per ciò che maggiormente attiene all’attività notarile (successioni, regimi patrimoniali tra coniugi), nonché dei principi base dell’informatica giuridica notarile: tutte queste competenze ben potrebbero essere testate nella parte orale della prova concorsuale.

Insomma, tante idee, alcune anche solo abbozzate, ma quel che è certo è l’accesso che non vorrei più: un concorso fatto di prove scritte astruse, con temi lontani anni luce dalla realtà dei nostri studi, lento nei tempi di correzione e che non sempre si conclude col premiare coloro che saranno i notai del futuro, capaci di fornire a cittadini e imprese che si rivolgeranno loro, servizi adeguati agli standard qualitativi sempre più elevati richiesti dalla collettività.

E questo perché – cosa di cui sono fermamente convinta – il Notaio “non si fa”, ma Notaio “si è” e per diventarlo si deve affrontare un percorso che, oltre alle richieste, necessarie ed imprescindibili competenze tecnico-giuridiche, formi i futuri colleghi anche dal punto di vista pratico di problem solving nella singola fattispecie concreta, rendendoli capaci di stare al passo coi tempi e con la continua evoluzione tecnologica che ci circonda.


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