L’accesso al notariato: dalle esperienze alle proposte

La lettera del “concorsista” ha riacceso nuovamente la discussione, scatenando le più varie reazioni. A tal riguardo riproponiamo, su sollecitazione dell’autore, un contributo realizzato e diffuso (con il numero di Federnotizie Settembre 2011) in occasione del Congresso di Federnotai del 20/21 maggio 2011 dedicato all’accesso, ma sempre molto attuale.

NUMERO DI REP. NUMERO DI RACC.

REPUBBLICA ITALIANA

(o quel che ne resta)

L’anno duemilaundici, in

ROMA

L’ACCESSO AL NOTARIATO

DALLE ESPERIENZE

ALLE PROPOSTE

Sarò breve, anche se so che mi chiederete di non smettere…fanno tutte così; ma, purtroppo per voi, mi hanno assegnato un tempo di soli settanta minuti e non vorrei sprecarli in preamboli; sicchè inizierò con la mia classica “presentazione” divenuta, ormai, un tormentone.

Sono Antonio di Lizia, Notaio in Potenza (noto anche come Notardilizia) e sono (e faccio il) Notaio, posso dirlo, da oltre venti anni … ma non li dimostro. Mi piace pensarlo (che non li dimostro) perchè, come ritenevo oltre vent’anni fa, il Notaio deve essere giovane, fresco di studi, dinamico, brillante. Tutte situazioni che, mi illudo, ancora mi appartengono. Tuttavia sono certo che il Notaio non possa fare a meno, altresì, dell’esperienza e per questo amo chi mi riconosce un’arte stipulatoria esperta capace di risolvere, con successo, complicati problemi giuridici.

Vale a dire, insomma, che sono giovane, fresco di studi, dinamico, brillante e, per di più, esperto; cosa volete di più dalla vita? Un Lucano…infatti.

Questa introduzione non è altro che una cover – un modo edulcorato di dire UNA COPIAdi quella che avevo utilizzato per la mia partecipazione, immeritata, al congresso di Federnotai dello scorso anno a Capri. Si vede che il Presidente Ezio Leotta non è stato insultato abbastanza per la mia performance dello scorso anno, in quanto, devo dire, sono riuscito a convincerlo con una certa facilità – sebbene mi sia dovuto inginocchiare e chiamarlo Santità – a lasciarmi partecipare, con un intervento, anche quest’anno. Per la verità, ho dovuto promettergli che avrei fatto il bravo, che sarei stato serio, che avrei affrontato gli argomenti del congresso con onestà intellettuale.

Si trattava di promesse da marinaio, naturalmente, anche se quest’anno – al contrario dell’anno scorso – non mi hanno cacciato dalla cena conviviale. E, comunque, Ti ho ingannato, Presidente, perchè ancora non ho trovato nessuno che mi abbia spiegato, con onestà intellettuale, che cosa significhi onestà intellettuale. Sono riuscito ad ottenere, però, che il tema del prossimo congresso di Federnotai sia:

ONESTA’ INTELLETTUALE E ONANISMO MENTALE, UN RAPPORTO SESSUALE?

Ma non vorrei uscire dal seminario (a proposito di onanismo, che come vedete porto gli occhiali e non sono cresciuto abbastanza), conchè si evince quanto la pratica abbia danneggiato il mio sviluppo…intellettuale; sono onesto, per onestà intellettuale.

Veniamo al tema dell’intervento:

PARTE PRIMA

Esperienze di accesso al notariato.

A quasi tutti noi, Notai, l’esperienza del concorso ci ha segnato. A me sembra di avere avuto (e vissuto) una esperienza eroica. La mia strada al seggio notarile, infatti, era veramente erta, mi sembrava impossibile. Pensate che, essendomi laureato in quattro e quattr’otto…anni, sono arrivato al titolo di dottore (si fa per dire) in giurisprudenza in età attempata, alle soglie dei trent’anni.

Una sera di aprile della seconda metà del secolo scorso, ero a casa di Procaccio ed ero reduce da esperienze di creativo in campo pubblicitario: avevo collaborato alla campagna elettorale per l’elezione al Consiglio Regionale di Basilicata.

Quella sera un mio grande amico e compagno di scuola, al liceo, mi chiese: “che fai domani?” “Mi laureo”, risposi. “Bene, dopodomani Ti aspetto allo studio, vieni a fare pratica notarile, farai il Notaio.”

Si trattava dello studio del Notaio, di cui preferisco non fare il nome per evidenti motivi di discrezione e per rispetto delle norme sulla riservatezza, Giovanni Giuliani.

All’indomani, e già mi sembrava incredibile, mi laureai e il mio Notaio, Giovanni Giuliani, altrettanto incredibilmente, mi fece un regalo “impegnativo”: mi regalò l’Enciclopedia del Diritto. Proprio quella di Giuffrè, con tutti i suoi bei volumi azzurro chiaro e blu. Ho attribuito a quel regalo un grande significato, mi sembrò un segno di stima, certo, ma anche un carico di grande responsabilità; non avrei potuto permettere che quel presente andasse sprecato. Mi terrorizzai, comunque, all’idea di dovermi leggere (e studiare) tutti quei tomi e pure altri, per diventare Notaio.

All’indomani (l’altro) mi recai allo studio del Notaio, non sapevo che cosa mi aspettava. Giovanni mi fece una specie di test facile facile per capire se avessi qualche chances e quale fosse il livello della mia preparazione giuridica. Poche semplici domande alle quali risposi con un cumulo di cazzate terrificanti; allora (come ora) non conoscevo la vergogna. Mi sarei aspettato che mi cacciasse e che mi chiedesse indietro il regalo, invece mi disse: “benissimo, non sai un cazzo (sic!), tabula rasa, non hai pregiudizi, sarà più facile”. Pensavo scherzasse; tempo dopo avrei capito.

Mi presentò al personale dello studio, spiegò il mio ruolo e mi mise in mano un certo numero di pratiche da “lavorare”. Guardai i fascicoli con una certa diffidenza, sfogliai qualche foglio all’interno, verso di loro provavo la stessa familiarità che nei confronti di un codice sanscrito. Dopo due ore, all’inglese, senza salutare – chi saluta guasta le comitive – me ne tornai a casa, deciso ad accettare il posto in banca che il direttore generale della Banca di Lucania mi aveva offerto.

Giovanni mi telefonò a casa e mi chiese aiuto, a me, per la preparazione della divisione Allegretti, appuntamento fissato a Castelmezzano per il giorno dopo; lui, mi disse, non avrebbe avuto il tempo di prepararla perchè impegnato in stipule fuori studio nel pomeriggio. Pensai che mi prendesse in giro. Ma ritornai allo studio a preparare la divisione Allegretti e la preparai, dettando a Teresa – la dattilografa – quanto da lei stessa tentai di carpire, seguendo una “maschera” di divisione sul sistema di videoscrittura Olivetti ETV 240.

Il giorno dopo, quale perfetto giovine di studio, accompagnai il Notaio a Castelmezzano per la stipula.

L’atto vinse la “postilla d’oro di tutti i tempi”, il Notaio, operando con il metodo amanuense, scrisse, fitto fitto, più di quanto fosse stato scritto con sistema elettronico per dodici facciate e quanto sin qui della presente.

Dopo la stipula, mi disse: “non era male, poteva andare peggio…poteva piovere, non puoi che migliorare.” Mi imbarazzai un poco, ma …accettai la sfida; la grande sfida. Mi sentivo Rocky, avendo – peraltro – il fisico più che adeguato.

Mi allenavo per molte ore al giorno;

di mattina, in studio svolgevo una pratica che mi portò, in breve, ad una passione sfrenata per questo lavoro e acquistai una dimestichezza con le soluzioni dei più svariati problemi giuridici ed una grande disinvoltura nell’assemblaggio delle clausole contrattuali.

Di pomeriggio e fino a sera, sempre in studio, nella mia stanzetta, e poi di notte, a casa, studiavo. Il Notaio voleva, soprattutto, che io studiassi, almeno otto/nove ore al giorno; riteneva la pratica meno utile dello studio per superare il concorso. Niente domeniche, niente vacanze. “Il tuo giorno di vacanza” diceva “è il lunedì, quando vai da Capozzi”. Alcune volte andavamo a cinema insieme, verso la metà del primo tempo, nel buio della sala si avvicinava al mio orecchio e mi sussurrava “mentre tu sei al cinema, gli altri studiano e vinceranno il concorso”. Anche durante il film più avvincente, uscivo dal cinema ed andavo a casa a studiare. Lacrime e sangue. Quante volte l’ho odiato. Ma mi stava allenando per la vittoria. Un grande allenatore, non c’è che dire. Credo che fosse sincero, allorchè, dopo poco più di anno e poco prima che mi lasciasse andare per la mia strada, mi disse: “Sei il secondo miglior Notaio di Potenza”. E non mi ero ancora cimentato nella prova di concorso.

A tre anni dall’inizio della pratica notarile, dopo tre anni di allenamenti intensi, al Palazzo dei Congressi, venne bandito l’incontro: tre round da sette ore ciascuno, in tre giorni, uno per ogni giorno. Arrivai allenatissimo. Proprio come Rocky, avevo duramente preparato il mio corpo e la mia mente alla prova. Avevo divorato e metabolizzato una quantità di materiale scelto e, peraltro, già ottimizzato dal mio allenatore. Durante gli allenamenti più duri avevo anche sentito più volte, come una allucinazione, la colonna sonora di Rocky e mi ero trovato spesso a mormorare, rivolto alla quantità di carta scritta che mi stava davanti: “Non mi fai male, non mi fai male…me le dava più forte mia madre”.

Il mio coach, che nei giorni dell’incontro, mi ospitava a casa sua, prima che salissi sul ring, mi diede gli ultimi consigli:

non appena avranno dettato la traccia, metti i tappi nelle orecchie, non stare a sentire nessuno; soprattutto i commissari, ne sanno molto meno di Te”;

attento agli altri concorrenti, sono solo in pochi quelli veri, quelli capaci, quelli preparati; gli altri ci vanno a provare, inutilmente.”;

scrivi subito la parte teorica, non preoccuparti della soluzione, quella viene dopo, per l’atto non hai bisogno di tempo, ti basteranno pochi minuti e consegna per ultimo”;

puoi vincere, è il tuo concorso!”;

comunque non esagerare in soluzioni ardite, potresti essere non compreso, non vorrei che tu abbia fatto studi troppo raffinati, cerca di volare basso”.

Da non crederci, ero passato da tabula rasa a dovere mettere un freno alla mia sapienza giuridica. Mi sentivo a metà tra Rocky e il Brutto Anatroccolo nell’imminenza di scoprire la propria immagine riflessa di cigno…bianco.

E suonò la campanella, salii sul ring. La tensione altissima, sentivo di starmi a giocare tutto, mi guardavo intorno e non mi sentivo come gli altri, non ero lì per una scampagnata, ero lì per un solo motivo, ero lì per vincere. Non avrei potuto ripetere la prova. Un solo incontro. Dentro o fuori.

Dopo alcune ore, estenuanti, dettarono la traccia. La scrissi. Mi tappai le orecchie e la rilessi, con calma, con attenzione.

Non mi fai male, non mi fai male, me le dava più forte mia madre” mi ripetevo.

La rilessi ancora una volta: “E’ una espromissione”, mi dissi. Mi posso levare i tappi. E me li levai, appena in tempo per sentire il concorrente dietro di me esclamare: “E’ sicuro, è un accollo”. Mi rimisi i tappi, rilessi ancora una volta con calma. Era una espromissione. Tenni i tappi nelle orecchie fino alla fine. Parte teorica, schema, soluzione, atto. Tutto in sette ore, senza pause. Non ricordo se fosse stato Stefano Rodotà a riportare quasi pedissequamente il mio elaborato concorsuale nella voce “Espromissione” della Enciclopedia del Diritto ovvero se sia stato io a riportare il suo contenuto nello sviluppo della traccia del concorso: erano pressocchè identiche, ma la mia era meglio.

Affrontai con medesima determinazione e coraggio il secondo ed il terzo round e terminai l’incontro ancora in piedi, non andai al tappeto.

Avevo faticato tanto per vincere, vi confidavo, ma temevo di non vincere. E invece vinsi.

Divenni Notaio.

Anni dopo, capitò nel mio studio notarile, il signor Allegretti – quello della divisione – per stipulare una compravendita, l’unico consumatore al mondo – credo – che non si sia lamentato dei costi di trasferimento di un immobile. Il suo atto di compravendita all’articolo 9 – Clausole fiscali – spese, recitava: “Le spese del presente e dipendenti sono a carico del Notaio rogante”.

PARTE SECONDA

Le proposte

Per diventare Notai bisogna superare il Concorso. Non è un esame, è un Concorso dove si concorre per vincere …un posto da Notaio.

Per vincere il Concorso, non è necessario essere stupidi, ma aiuta moltissimo (G.B. Shaw liberamente interpretato). Questo è tanto vero in quanto le prove concorsuali sono molto impegnative, allo scopo – dicono – di selezionare professionisti preparati ed affidabili, ai quali “affidare” (appunto) questioni delicate in tema di patrimonio, famiglia, impresa e quanto di più rilevante nella vita delle persone (oggi, in gran parte, consumatori). La Casta (come, i più stupidi ancora, spesso denominano la categoria), agli effetti, si compone di una elite di professionisti scelti che, oltretutto, svolge una funzione pubblica che lo Stato non potrebbe altrimenti gestire in maniera efficiente. Per superare il concorso, insomma, ed affrontare le prove di selezione bisogna studiare molto e fare pratica notarile; ma per rendere meglio il senso dell’impegno è più giusto essere chiari e dirla tutta: “bisogna spaccarsi il culo sui libri per anni e lavorare in uno studio notarile, spesso senza corrispettivo, per anni, per imparare l’Arte (ars notaria)”. Diciamo pure: “allenati rudemente a faticare per rendere le migliori performances”.

E non è stupido chi, per anni fa questa vita per…vincere, senza avere la certezza…di vincere?

E non è stupido chi persevera nell’impegno anche quando, come incoraggiamento, tutti gli dicono: “vincono il concorso solo i figli dei notai e quelli aiutati dai potenti”?

Non ho creduto a questo, non sono figlio di Notaio, sebbene sia padre di figli di Notaio (nessuno è perfetto), non ho avuto aiuto di potenti (pur essendo Potentino), mi sono spaccato la schiena (per non dire altro) sui libri, ho lavorato in uno studio notarile per anni (dove mi pagavano, poco all’inizio, ma mi pagavano) ed ho vinto. Insieme a me, prima di me e dopo di me, hanno vinto il concorso Notai (tra cui tanti figli di Notai) che ho visto spaccarsi la schiena sui libri e lavorare come (e più di) me. Gente (consumatori, se preferite) che ha meritato ed ha concorso per vincere. Ed ha vinto, meritatamente.

Ho visto, anche, cose che Voi Notai (ivi compresi i consumatori) non potete nemmeno lontanamente immaginare: tante persone (consumatori, se volete) figli di notai e aiutati dai potenti che…non hanno vinto e…sono entrati in politica, producendo danni irreparabili; ma questa è un’altra storia.

Siccome ho vinto e ho visto vincere i più meritevoli, ne dedussi allora (e lo credo tuttora) che il Concorso sia una cosa seria. Che quelli veramente bravi, che si impegnano, lo vincono…il concorso.

Ma allora tutti i Notai sono meritevoli? Ovvero tutti i Notai titolari di sedi hanno meritato di vincere il concorso?

Bisogna ammettere, in verità, che ci sono alcuni Notai (si fa per dire), che definire lobotomizzati è complimentoso; questi non possono aver vinto il concorso solo con le proprie forze, a meno che non si siano ammalati dopo. E questo, se è vero che il Concorso è una cosa seria, appare inspiegabile.

Ci sono, poi, quei Notai (si fa per dire) che, per esempio, non hanno superato le prove del Concorso, o meglio, non hanno accettato le valutazioni della commissione e, per vincere, hanno fatto ricorso…al ricorso. Diciamo che si sono avvalsi della prova di riserva e ce l’hanno fatta.

Ho già detto che sono (e faccio il) Notaio da oltre venti anni e, molto frequentemente, amici, conoscenti, clienti, o semplici consumatori hanno messo in dubbio, parlandomene, la assoluta regolarità del Concorso Notarile, sebbene sia unanimamente riconosciuto il più difficile, il più impegnativo e, diciamo così, quello in cui avvengono meno imbrogli.

Tra me e me ho raggiunto un compromesso che qui dico e qui nego. Non metterei la mano sul fuoco che non sia stato possibile agevolare l’accesso di alcuni candidati al soglio notarile; non si spiegherebbe, come detto, la presenza tra le file dei Notai di un certo numero di lobotomizzati. Ma queste agevolazioni non credo abbiano penalizzato i più bravi, i più meritevoli, i più fortunati. Tutt’al più hanno reso il Concorso ancora più selettivo, penalizzando quelli che, sebbene meritevoli, si sono visti sottrarre una chance dai lobotomizzati, se è vero (come può essere verosimile) che a questi ultimi viene riservato qualche posto da Notaio.

Il Concorso è unico, non ci sono unità locali, si svolge sotto l’osservanza di leggi e regolamenti molto rigidi, fatti apposta per essere ineludibili ed escludere trucchi o agevolazioni.

Come può essere stato possibile, allora, agevolare l’accesso alla professione di Notaio a qualche lobotomizzato? Se c’è stato un modo, questo non è noto. Se qualcuno lo ha fatto, deve avere architettato un sistema più o meno complicato, ma molto raffinato che, evidentemente, rimane riservato e inconosciuto ai più (tra i quali mi annovero). Sarà per pudore, sarà per riservatezza, sarà per paura delle conseguenze ma, se qualcuno lo ha fatto, lo ha fatto di nascosto, denotando – può sembrare contraddittorio, lo ammetto – un certo rispetto, volendo riconoscere una autorità alle regole che ha infranto.

Ma siamo certi che siano le regole del concorso per accedere alla professione che debbano essere cambiate?

Non basterebbe il rispetto rigoroso di quelle che esistono ed hanno consentito, per decenni, la selezione che ha portato tanti di noi, degnamente, al Notariato?

Una volta ci vestivamo (ho sempre preferito: travestivamo) da Notaio: con il mantello a ruota. Austeri al limite del lugubre, ma circondati da un aurea di rispetto meritata e a volte, rispettosamente, canzonata. Comunque con una considerazione condivisa (soprattutto da noi) di intoccabilità.

Ma nulla è per sempre.

Il comune sentire cambia, si evolve (spesso si involve) e ai giuristi è ben noto anche tra le fonti: gli usi, i costumi, le consuetudini, il comune senso del pudore. Da questi movimenti, evoluzioni, transizioni risultano spesso vincitori e vinti, in un avvincente avvicendarsi di opposte posizioni: una volta si vince e una volta si perde.

Insomma, ci si evolve talmente in fretta e sopraffatti da una costante smania di ricerca del cambiamento, che si sfugge dalla fisiologia evolutiva per abbracciare una paradossale parodia dello sviluppo ad ogni costo. Si finisce per perdere di vista il traguardo perchè si è troppo impegnati a correre.

Ma che cosa corriamo a fare, se abbiamo oltrepassato l’arrivo?

E’ evidente, comunque, che si è imposto un sistema, una legge, un principio, un postulato o come lo vogliate chiamare: bisogna cambiare, cambiare, cambiare.

E’ un coro che, incrollabilmente e senza un auspicabile beneficio del dubbio, sale e fa tremare il Belpaese, o quel che ne rimane.

E così si vogliono cambiare tutte le regole, anche quelle buone, anche quelle naturali, pur di cambiare.

Si tratta di una follia collettiva che ci porterà al disastro.

S’è già notato, e da più parti parimenti rilevato con dolore, come la persona umana si sia tristamente evoluta (si fa per dire) in consumatore; con la conseguente collocazione (derubricazione) su un diverso piano di attenzione, fine a interessi diversi e (che peccato) sentiti superiori.

In pochi si dubita che questa scelta sia quella giusta. Una volta si esisteva perchè si pensava, ovvero si pensava e quindi si esisteva. Oggi si esiste se si consuma ovvero si consuma e quindi si esiste. Il benessere della persona (rectius del consumatore) è visto solo in funzione del consumo.

Ma a chi giova questa visione consumeristica? Solo se si è in malafede si può rispondere che il tutto giovi al consumatore (e, tramite questo, al suo involucro: la persona umana).

Non mi vergogno di riprendere i rilievi alla dittatura del Mercato che, non appare neanche più sfacciatamente blasfemo, sostituisce il fabbisogno di divinità che animava le persone e che oggi (e chissà per quanto ancora) alimenta l’anima (si fa per dire) dei consumatori.

Poiché il Mercato è in cielo, in terra ed in ogni luogo, tutti l’adorano, lo pregano, lo invocano e i suoi sacerdoti ne glorificano l’essenza perchè convertiti al lucro ottenuto dallo sfruttamento di consumatori che, sebbene affamati, non hanno memoria di quel nemico (il padrone di memoria marxista) che non riescono più a vedere come tale, drogati dalla divinità.

E si guarda con ammirazione, allora, il figlio (o il figlio del figlio) che – per una botta di culo – senza alcun merito ha ereditato un baraccone che, sfruttando migliaia di sottopagati consumatori (e spesso esclusivamente grazie ai soldi dello Stato), dà valore aggiunto al trionfo dell’inutile, famelicamente desiderato dai consumatori.

Insomma: uno lavora in fabbrica come un ciuccio per mille euro al mese per produrre qualcosa che è costretto a comprare con i sudati mille euro, al solo fine di consentire al figlio del figlio di un figlio di puttana di guadagnare miliardi, senza fare niente.

Come si fa a non individuare in questo uno scandalo, non mi capacita.

Le imprese, vergognosamente, si trasmettono ereditariamente – senza manco più pagare le imposte di successione – a qualsiasi fesso che, a sua volta, senza oneri, le trasmetterà ad un altro incapace che camperà alla grande per tutta la vita senza alcun merito. E i consumatori stanno a guardare, estasiati, mentre si spaccano il culo per mille euro al mese.

Ad evitare che, prima o poi, qualcuno apra gli occhi a questi miserabili, mostrando il re nudo che si approfitta, veramente, dei consumatori, c’è una sola strategia: quella di spostare l’interesse (e la rabbia che cova latente) verso altri, distraendo il mondo dal vero nemico, dal cancro che lo sta divorando, più velocemente di quanto immaginiamo. Il disegno strategico, chiaro ed evidente, mira a fagogitare tutto con asservimento all’unica logica possibile, inesorabile, ineluttabile: quella del Mercato.

Una volta si diceva: ma mica siamo al mercato; e non era proprio un complimento. Ora il mercato è…globale. Veramente inquietante. Fino a poco tempo fa forse sarebbe stato possibile, ancora, fare qualcosa, tentare una difesa; ma ora è tardi. Anche se, come diceva il maestro Manzi, non è mai troppo tardi.

L’attacco a chi è collocato al di fuori e vuol resistere alle regole mercatorie è implacabile, senza esclusione di colpi. Soprattutto quelli bassi e…falsi. Valga l’esempio, che si rinnova puntualmente, di screditare la professione notarile affermando, falsamente, (e stigmatizzando) il passaggio generazionale degli studi notarili di padre in figlio. Sebbene, ormai, si stia cercando di rivelare la parentopoli notarile, ricercando e additando le percentuali di mogli, mariti, amanti, fratelli, cugini o, anche solo amici e conoscenti (se vogliamo consumatori) di Notai che sono, a loro volta, Notai.

E’ necessario un rimedio, diretto, radicale e che ci dia un riscontro immediato verso la opinione pubblica. Non ci resta che seguire una via: il sacrificio di qualcuno di noi, salverà l’Istituzione.

Dobbiamo mettere da parte gli interessi personali.

Siccome ho promesso di fare il bravo, ho chiesto aiuto ad un collega che alcuni di Voi conoscono: Andrea Limoni.

Ed allora ecco le proposte del collega Limoni, che Vi riporto, ma dalle quali mi dissocio:

PRIMO

I NOTAI FIGLI DI NOTAI SI DEVONO DIMETTERE DAL NOTARIATO, entro non oltre diciotto mesi ed un giorno, e farsi commercialisti, previa esibizione dell’attestato di qualificazione energetica dell’apparato sessuale; in mancanza saranno semplici periti contabili.

Solo così, con questo forte segnale, la smetteranno di insultarci e di ostentare sorrisini di complice mellifluità.

SECONDO

AI FIGLI DI NOTAI DEVE ESSERE IMPEDITO L’ACCESSO AL CONCORSO NOTARILE, a meno che le mamme non confessino, con riscontro della prova dell’acido desossiribonucleico, di averli generati con altro maschio (non Notaio) di razza ariana con reddito non superiore all’indice Istat dei consumi delle famiglie di impiegati ed operai, aumentato del settantacinque per cento. I figli maschi di Notai femmine, se si salvano dalla rupe Tarpea, devono essere resi impotenti ad generandum, ma potranno essere liberi ad coeundum.

Si porrà fine, in questo modo, alle chiacchiere ventilate sulla correttezza e sulla trasparenza del concorso più difficile del mondo.

TERZO

I FIGLI DEI FIGLI DI NOTAI CHE FOSSERO NOTAI, dovranno collocarsi in pensione, con il minimo assoluto (la scangellazione avverrà automaticamente entro lo stesso giorno del giorno dopo diciotto mesi e un giorno a cura del Conservatore dell’Archivio Distrettuale, con annotazione sul quaderno a quadretti, fino all’entrata in vigore della trasmissione telematica delle scangellazioni) e non potranno generare figli legittimi, per almeno una generazione, saranno privati dei diritti civili e commerciali, ma potranno copulare liberamente con chiunque, di qualunque sesso, abbia raggiunto l’età pensionabile da almeno dieci anni, diciotto mesi e un giorno.

GLI ALTRI NOTAI RIMARRANNO IN ESERCIZIO E DOVRANNO INDAGARE PERSONALMENTE, SENZA DIPENDENTI, E SCRIVERE TUTTO A MANO CON IL PENNINO A CAVALLOTTO.

Questo Paese annega nei privilegi. E’ ora di finirla.

Si è mai visto, per esempio, in America che il figlio del Presidente degli Stati Uniti possa diventare, a sua volta, Presidente degli Stati Uniti?

QUARTO

a – introduzione di test psicoattitudinali tendenti alla scrematura “umana” dei candidati; obiettivo dei test e’ selezionare candidati con doti di logica, equilibrio emotivo e buon senso;

b – reintroduzione preselezione tecnica piu’ centrata su legge notarile, forma degli atti e tecniche redazionali e cio’ al fine di selezionare i candidati piu’ notarili per preparazione specifica;

c – paletti redazionali negli elaborati di concorso….ad esempio la parte teorica non deve superare le quattro facciate e cio’ al fine di:

privilegiare doti di sintesi

facilitare la correzione;

d – paniere di domande e sorteggio per rendere non alterabile la prova orale da parte della commissione esaminatrice;

e – impossibilità di ricorrere ai ricorsi.

QUINTO

In alternativa, abolire il concorso – congelare gli attuali posti notarili fino al 2031 – e rendere, l’accesso alla professione – a partire dal 2031 – con incarico elettivo, per suffragio universale.

 

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L’accesso al notariato: dalle esperienze alle proposte ultima modifica: 2019-07-12T08:43:10+02:00 da Antonio di Lizia