La “femminilizzazione” del Notariato. Note a margine della relazione del Presidente della Cassa Nazionale del Notariato al Congresso di Torino

di Ileana Maestroni

Nel suo discorso di apertura al Congresso di Torino, il Presidente della Cassa Nazionale del Notariato, elencando le “tematiche di grande impatto, di portata universale, rispetto alle quali il nostro universo, quello notarile” sarebbe “poca cosa”, ha enumerato – cito testualmente: “Prepensionamenti, longevity risk, femminilizzazione, accentramento del lavoro, regole deontologiche inadeguate, ridotta percezione della nostra funzione, avvento dell’intelligenza artificiale, disinteresse dei giovani per la libera professione, scarsità delle risorse disponibili rispetto alle aspettative dei beneficiari dell’assistenza e della previdenza pubblica e privata”.

Mi sia permesso, pur con tutto il dovuto rispetto, esprimere il mio disagio di fronte alle parole del Presidente della Cassa, che sembrerebbe riferirsi alla “femminilizzazione” del notariato italiano come a un problema, alla stessa stregua per esempio della “ridotta percezione della nostra funzione” o del “disinteresse dei giovani per la libera professione”.

In un primo momento ho sperato in un lapsus, ad una lettura troppo frettolosa, ma il termine e, ahimè, il concetto sono tornati anche nel corso dei suoi successivi interventi, sempre con un’accezione ed un significato, se non di negatività, almeno di problematicità.

Vorrei affermare con chiarezza che non può essere giusto, né condivisibile un approccio che enfatizzi i soli costi connessi alla “femminilizzazione” del notariato, il peso previdenziale delle indennità di maternità e della maggiore longevità femminile, senza tenere conto dell’apporto in termini di qualità, rigore e competenza delle notaie.

Voglio quindi sperare  che il Presidente della Cassa, nel suo discorso e nei successivi interventi, abbia commesso  un errore di comunicazione e che l’imbarazzo che ha provocato in me e in parte dell’auditorio  (non solo femminile, peraltro) sia stato frutto di un fraintendimento.

E’ necessario rimarcare ora e sempre, in questa sede e in ogni altra possibile, che il progressivo aumento del numero dei notai donne, la “femminilizzazione del notariato” insomma, rappresenta per la nostra categoria, per il mondo delle libere professioni e per l’intera collettività un successo di cui dobbiamo essere fieri; un successo che qualifica di modernità e attualità il nostro lavoro e rappresenta il raggiungimento di un risultato che potremmo efficacemente spendere, non ultimo, per aumentare la nostra attrattività nei confronti dei giovani e delle giovani. Chi è genitore di ambiziose figlie femmine, come sono io e come è il Presidente della Cassa, sa con quanta attenzione le ragazze che si apprestano a fare  scelte professionali  verifichino questo aspetto.

I numeri dei vincitori di concorso ci dicono che oggi l’accesso alla professione notarile è pressoché paritario per uomini e donne. D’altronde non potrebbe essere diversamente, perché quando la selezione è fondata unicamente sul merito, maschi e femmine si assicurano risultati del tutto analoghi .

Possiamo esserne soddisfatti, ma non dobbiamo “candidamente”  pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili. Già con il concorso si affacciano alcune problematicità di cui tenere conto. Saremmo ipocriti o superficiali se ignorassimo il fatto, più volte sottolineato nel corso del Congresso, che l’età media molto elevata dei vincitori (35 anni) pesa sulle donne, più che sugli uomini, costringendole a volte a dividere le proprie energie tra lo studio e i figli, oppure a rinviare le scelte di maternità ad un’età in cui potrebbe essere più difficile soddisfarle, aggravando così anche per il futuro quell'”inverno demografico” di cui tanto abbiamo parlato. Una ragione in più per cercare di ridurre i tempi del concorso e, soprattutto, quelli dell’assegnazione della sede.

Sotto un altro punto di vista,  non  può dire che il notariato non conosca il c.d.  “gender gap” reddituale. Nel corso dell’anno 2021 (non ho trovato dati più aggiornati), come ha avuto occasione di riconoscere lo stesso Presidente in una sua precedente relazione, il reddito repertoriale medio dei notai ammontava a 195.056,00 Euro, mentre quello delle notaie era di  125.541,00  euro, vale a dire inferiore del 35,64%. Certo, facciamo meglio rispetto agli avvocati per i quali, più o meno nello stesso periodo, la differenza era addirittura del 50%, ma facciamo molto peggio, per esempio, della Pubblica Amministrazione in cui, secondo gli ultimi dati, il divario si attesta su un ben più modesto + 12% a favore degli uomini.

E speriamo che le differenze rilevate statisticamente con il parametro repertoriale non si aggravino ulteriormente quando si considerino i redditi veri e propri e che, ad esempio, agli elevati repertori di alcune giovani notaie associate a colleghi maschi più anziani, non corrispondano quote di partecipazione agli utili molto inferiori.

Sono dati su cui dobbiamo meditare attentamente e su cui il notariato può e deve intervenire con strumenti più efficaci del semplice assegno di integrazione e dell’indennità di maternità. Certo, potrebbe essere che le notaie volontariamente e intenzionalmente sacrifichino il proprio impegno professionale per dedicarsi alla famiglia e ai figli; potrebbe persino essere che considerino meno importante il raggiungimento di redditi più elevati. Ma potrebbe anche essere che i nostri minori redditi siano giustificati da infondati pregiudizi dei clienti o, perché no,  da un diverso atteggiamento nei confronti della professione, più prudente, più rigoroso, meno “accaparrante”. Una ragione in più per sostenerci.

Per parte mia, sono fermamente convinta che la prima forma di promozione delle competenze e della professionalità femminili sia la presenza e la visibilità delle donne negli organismi di rappresentanza, nelle relazioni con le istituzioni, con la stampa e con il pubblico.

Se consideriamo la presenza femminile nei nostri organi nazionali, il panorama è del tutto sconfortante: nel Consiglio Direttivo della Cassa, su 18 componenti solo 2 sono donne;  va meglio con il Collegio dei Sindaci della stessa Cassa, dove le donne sono 2 su 5, ma va detto che il Presidente è di nomina ministeriale e l’altro Sindaco donna è uno dei membri in pensione; nel Consiglio Nazionale del Notariato, le donne sono 3 su 20. Troppo, troppo poche. Non ci avviciniamo nemmeno lontanamente alla percentuale minima delle c.d. “quote rosa” fissata per legge a 1/3.

Certo, anche sotto questo aspetto, può essere che le notaie non manifestino la propria disponibilità a ricoprire cariche che impongono loro viaggi, assenze da casa e da studio; può persino essere che siano meno interessate agli aspetti di rappresentanza, previdenza o di politica del notariato. Ma i colleghi maschi si facciano un sincero esame di coscienza: quando si organizzano per le nuove candidature, quante volte pensano a colleghe donne e quante invece si rivolgono a colleghi maschi, con cui magari è più facile commentare i risultati dell’ultima partita di calcio?

Le donne, si sa, fanno fatica a “proporsi”. Per qualche atavica ragione attendono sempre di essere invitate. Dobbiamo avere più coraggio, più determinazione; dobbiamo correre il rischio dell’insuccesso e farci avanti, sapendo che i colleghi uomini non sempre sono così generosi da lasciarci spazio. Da un altro punto di vista, i nostri regolamenti e i nostri statuti dovrebbero fare in modo di ovviare a questa situazione e  adeguarsi a standard europei; “quote rosa” anche per il notariato insomma? Perché no; sarebbe utile all’immagine della categoria e costituirebbe una forma civile e moderna di promozione del notariato, oltre a costituire un chiaro segno di giustizia sociale.

Insomma dobbiamo fare di più, molto di più. Dobbiamo dare a questo notariato del XXI secolo un volto più femminile; nelle occasioni pubbliche, nei rapporti con le istituzioni (dove, grazie anche alle quote rosa sempre più spesso vi sono donne in posizioni di rilievo se non apicale) ci devono essere sempre più notaie. E soprattutto, ci devono essere notaie, non solo quando si parla di donne o di famiglia o di successioni, ma quando si parla di società e imprese, di digitalizzazione, di intelligenza artificiale, quando si tratta di gestione del danaro e dei patrimoni.

Cominciando forse proprio dalla Cassa; il Consiglio Nazionale può vantare una presidenza femminile, seppure brevissima, di cui ha ragione di essere pienamente soddisfatto. Non così la Cassa che è e resta un fortino di maschilità. Ma siamo davvero sicuri che un presidente donna non sarebbe all’altezza del ruolo? Proviamo, almeno una volta. Da ultimo, lancio un sasso, se non una provocazione: perché non dedicare un prossimo Congresso Nazionale a questo tema? Ma, vi prego, non intitoliamolo “La femminilizzazione del Notariato”.


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