La faticosa Europa delle procure e di EUdoc (con un cenno sul minore emancipato)

di Ugo Bechini

Due dicembre 2022: il convegno milanese sulle nuove autorizzazioni notarili, sia detto senza sottinteso alcuno, è tempestivo e interessante, i relatori di prim’ordine, ben preparati e si lasciano seguire con piacere, anche in remoto come nel mio caso. Rompe l’incantesimo una domanda temerariamente posta in sala, a mio nome, nientedimeno che da Arrigo Roveda: e i minori italiani che stipulano all’estero? E soprattutto: viceversa? I relatori contengono a stento l’ilarità: si vedrà, sono casi particolari, occupiamoci per ora delle questioni di più immediato interesse. E scivolano via felpati: li attende il problema del minore emancipato.

Non mi accanirò provando a indovinare il rapporto numerico, nelle nostre sale d’attesa, tra le coppie internazionali con figli e gli emancipati; temo anzi che andrò in pensione senza averne incontrato uno. Incombe un problema più serio: la quasi completa assenza, nella nostra vita culturale, di una genuina integrazione della prospettiva internazionale, riservata invece a pochi momenti specializzati e di non travolgente frequentazione. La medesima sede milanese ne ha peraltro ospitato uno eccellente, poche settimane prima, ma per il resto hic sunt leones, da Mentone in là.

Si potrebbe obiettare che gli interlocutori d’Oltralpe sono spesso meno accomodanti del regale felino. Avendo copresieduto per molti anni il Comitato Francoitaliano dei notai, non di rado sono chiamato di rinforzo in querelles tra notai francesi e italiani, perlopiù a proposito di procure. Per quanto comitati e gruppi internazionali specializzati facciano le umane e le divine cose per ricondurre tutti alla ragione, sul campo il leitmotiv è sempre il medesimo: la procura fatta in Francia perché sia usata in Italia deve seguire le regole francesi, giacché lì è confezionata. Le procure italiane destinate all’impiego in Francia debbono seguire le regole francesi, perché là saranno utilizzate. E naturalmente si apprende il tutto da un collaboratore, atteso che il Collega è più irraggiungibile di Macron.

Ma non è che da noi vada meglio. Sono un notaio italiano e applico la legge italiana è uno slogan brandito anche per negare l’applicazione nei nostri atti di convenzioni internazionali come quella sul nome (rilevante soprattutto per le donne straniere sposate), quasi che la relativa legge di ratifica appartenesse al diritto indù. La casetta a Santorini, sarà ante 67? Per tacere poi dell’inglese residente in Inghilterra che con testamento inglese lascia i suoi beni, tutti in Inghilterra, ad un minore italiano. Una bella accettazione beneficiata è proprio quello che ci vuole: sono o non sono un notaio italiano? Analoga sorte attende il Regolamento Europeo sulle successioni, che non interessa poiché la De Cujus, pur residente da decenni all’estero in compagnia dei suoi beni tutti, era cittadina italiana, e il notaio italiano non può che applicare la legge italiana. Sia chiaro: non è un problema di ignoranza, merce fortunatamente introvabile nella categoria. Il Collega, interpellato, senza esitazione collocherebbe correttamente il Regolamento Europeo nella gerarchia delle fonti. È una faccenda di forma mentis.

Germania, Spagna, Francia e Italia si sono dotati parecchi anni fa di Bartolus, un sistema made in Italy (anzi, made in Notartel) per lo scambio in tempo reale di documenti digitali, pensato soprattutto per le procure. Provatelo con una vostra copia firmata digitalmente: si trova in Rete all’indirizzo bartolus.notariato.it. Caricata la procura il sistema scodella un rapporto di verifica nella lingua desiderata, garantendo l’integrità del documento e la sua provenienza da un notaio. Due tasti: upload e verifica. I quattro Paesi promotori hanno vinto altrettante Coppe del Mondo di calcio consecutive, dal 2006 al 2018, ma cotanta leadership non ha giovato: Bartolus resta uno dei sistemi meno utilizzati della storia della Rete insieme all’ormai defunto EUFides, un più articolato servizio di creazione francese destinato a far interagire i notai europei e i loro collaboratori. Si basava sull’analogo sistema in uso presso i notai di Parigi, e quindi il funzionamento, ancorché ovviamente più complesso di Bartolus a causa della varietà di servizi offerti, era scorrevole e affidabile. RIP.

Recentemente i notariati di Spagna e Germania si sono resi promotori dello sviluppo di un nuovo sistema, EUdoc, che dovrebbe rimpiazzare i due servizi citati, offrendo un’alternativa più semplice e quindi, nelle intenzioni, più accattivante per il notaio/utente. In verità non vedo come si possa produrre un servizio più immediato di Bartolus, con i suoi due tasti, a meno che non si pensi di installare un chip nel cervello del notaio, come progetta di fare Elon Musk con la sua Neuralink. Non desidero cionondimeno interloquire sull’opportunità che il notariato italiano partecipi al nuovo progetto e alle sue spese; lascio molto volentieri il tema agli amici del CNN. Il mio timore è un altro: che ci si illuda che un termometro tecnologicamente più evoluto (o supposto tale) possa curare la febbre.

Il problema è culturale, non tecnologico, e le sfaccettature sono senz’altro molteplici. Come sempre quando si discorre di unità dello spazio europeo, la frammentazione linguistica ha certamente un suo ruolo, così come quella giuridica, anche se sotto quest’ultimo punto di vista la Brexit ha reso più omogeneo il quadro. Le differenze giuridiche sono forse più difficili da superare per chi ha trascorso i migliori anni della propria vita a ficcarsi in testa i principi giuridici del proprio ordinamento: non è semplice, all’improvviso, porsi in una prospettiva relativizzante, pensare che l’intangibile caposaldo insieme al quale siamo cresciuti forse rileverà o magari no. Per farlo dobbiamo violentarci un poco, e i più anziani tra noi (sono ormai di diritto iscritto al club) sono i più svantaggiati.

Comunque sia di ciò, il notariato mi sembra oggi incapace di funzionare come una professione autenticamente paneuropea. Si rinuncia così ad un ancoraggio epocale, garanzia per il futuro, e si regala una fetta di mercato sempre più significativa agli studi internazionali di avvocati, loro sì attrezzati alla bisogna.

Mi faccio doverosamente carico di due modeste proposte conclusive. Si potrebbe rendere obbligatorio, per tutti i futuri notai europei, lo svolgimento di una parte del tirocinio in altro Paese dell’Unione. E convincere gli organizzatori di convegni, gli estensori degli studi e tutti gli operatori della cultura notarile che la dimensione internazionale dei fenomeni studiati è un profilo fisiologico, non una curiosità per antropologi dilettanti.


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