Il notariato è un sistema che ha bisogno di nuovi strumenti

Speciale Congresso Nazionale del Notariato 2017 - Federnotizie

Il titolo di questo Congresso Nazionale mi piace molto: perché mette al centro dell’attenzione il tema della digitalizzazione, che non attiene alle emergenze del recente passato; perché esprime una presa di coscienza rispetto alla sfida che questo tema ci chiama ad affrontare; e perché al tempo stesso esprime un proposito ambizioso e la cui realizzazione non è affatto scontata: continuare a svolgere – arricchendone il contenuto con l’acquisizione e la messa a frutto di nuove competenze – un ruolo di garanzia di sistema.

Ci sono altre sfide difficili che potremo vincere solo realizzando propositi altrettanto ambiziosi.

Il 2017 non è solo l’anno in cui è giunto a compimento l’iter parlamentare della Legge sulla Concorrenza. E’ anche l’anno in cui l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato ha messo esplicitamente in discussione le funzioni di vigilanza e di controllo affidate dalla legge ai Consigli Notarili Distrettuali e lo ha fatto su impulso di singoli notai, sostenuti dall’intervento di altri notai. E’ anche l’anno in cui il Consiglio Nazionale del Notariato ha promosso l’emanazione di un nuovo Codice Deontologico e ha deciso di coinvolgere l’intera categoria nella discussione sui suoi contenuti.

Mettendo il titolo del Congresso – nel quale si definisce il notaio quale “garanzia di sistema” – in relazione con i temi della digitalizzazione, della concorrenza e della deontologia, giungo alla conclusione che si debba discutere in profondità di come rinnovare tanto il modello di notaio al quale siamo abituati, quanto il modello di Notariato che conosciamo.

E’ una discussione già avviata a più riprese negli ultimi anni, che la necessaria difesa dell’assetto delle nostre funzioni ci ha fatto affrontare solo in superficie, ma che oggi l’intero scenario normativo e politico in cui ci muoviamo mette al centro dell’attenzione.

La Legge sulla Concorrenza determina il potenziamento della sicurezza che noi notai diamo alle movimentazioni di denaro, e al tempo stesso ci espone alle incognite di un nuovo assetto numerico e territoriale: si tratta di riuscire ad avere una funzione davvero rafforzata malgrado sia affidata ad un numero più elevato di soggetti delegati, meno radicati al territorio rispetto al passato.

I processi di digitalizzazione hanno molto a che fare con la forza del nostro ruolo di garanzia, poiché godono di una narrazione che risulta positiva agli occhi dell’opinione pubblica proprio in quanto alternativa e antitetica alla rappresentazione che viene data del nostro intervento nelle transazioni. E’ evidente, allora, che questo tema avrà grandi implicazioni di natura non solo tecnica, ma anche politica: non è azzardato pensare che il Notariato sia chiamato a giocare sul campo della digitalizzazione una partita ad eliminazione.

E’ il momento di chiederci di quali strumenti nuovi abbiamo bisogno: strumenti operativi da utilizzare nell’esercizio quotidiano della nostra attività; strumenti organizzativi che ci consentano di rispondere alle domande di servizio presenti e soprattutto future; e anche strumenti ordinamentali, che permettano al Notariato non solo di conservare, ma di ampliare e di valorizzare la delega di funzione che lo Stato indirizza all’intera categoria e non ai singoli notai.

Anticipo in parte le conclusioni del mio ragionamento per dire che il notaio, per essere “garanzia di sistema”, dovrebbe in primo luogo conoscere i “sistemi” ai quali indirizza il suo servizio, sviluppando la curiosità e la conoscenza necessarie per comprenderne le istanze e per coglierne le evoluzioni. E per aggiungere che questo presupposto – già di per sé gravemente ostacolato dalla tradizionale autoreferenzialità che ispira la considerazione che molti di noi hanno delle proprie funzioni – non sarebbe comunque sufficiente, dovendo essere accompagnato da un secondo presupposto anch’esso lontanissimo dalla realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi: la possibilità e la volontà del notaio di agire quale parte di un “sistema” unitario.

Penso che si possa rinnovare seriamente il “modello di notaio” solo abbandonando ogni tendenza del singolo notaio all’isolamento, nei rapporti con i clienti, con gli altri professionisti, con i colleghi e con le Istituzioni di categoria. Un isolamento che si trasforma facilmente in antagonismo e che può essere superato solo adottando una visione, appunto, “di sistema”.

Sono emblematici i dibattiti di queste settimane sui conti correnti dedicati e sul deposito del prezzo. Altro non sono che discussioni su quali strumenti acquisire e su come utilizzarli, ma i loro contenuti, i loro toni e i loro esiti denotano un’attitudine diffusissima a concentrarsi esclusivamente su ciò che non si vuole che accada nel proprio giardino, perdendo di vista la prospettiva di possibili innesti migliorativi e dimenticando – per restare alla metafora botanica – che quel giardino, senza gli altri cinquemila giardini, non sarebbe coltivabile o, meglio, non esisterebbe.

Migliaia di messaggi e di commenti sulle implicazioni pratiche quotidiane, spesso finalizzati a dimostrare di avere capito meglio dei colleghi come ci si deve comportare; e pochissimi sulla valenza politica e mediatica del messaggio – “con il notaio i soldi sono al sicuro” – che le nuove norme esprimono: sono i sintomi di quella autoreferenzialità alla quale accennavo, che ci porterà, anziché a vivere di Diritto e di Politica, a suicidarci a colpi di tecnica. Il sistema non esiste, interessa solo il giardino.

Le discussioni sul rapporto tra il nostro intervento e i processi di digitalizzazione risentono dello stesso vizio. Chi mi conosce sa della mia passione per la letteratura e per la musica: c’è un verso di una bellissima canzone di Daniele Silvestri che recita “e non discutere di ciò che sai, su tutto il resto esprimi sempre un’opinione”. Possibilmente – aggiungo io – all’insegna di un’ostilità che nasce dalla paura di cambiare, o di un entusiasmo che nasce dall’interesse personale.

Il primo sentimento porta ad esorcizzare la sfida; è il sentimento di quelli che “a noi non si applica”, di quelli che confidano nel ritardo infrastrutturale che rende il nostro Paese digitalmente arretrato per giungere al pensionamento senza misurarsi con alcun cambiamento, e nella scarsissima cultura digitale degli italiani per concludere che essi preferiranno sempre la tradizionale documentazione cartacea ad ogni alternativa.

I molti colleghi che esprimono questo atteggiamento vivono già oggi in posizione di subalternità rispetto alle loro software houses e a numerosi altri fornitori di servizi in outsourcing dei quali non si può fare a meno, con buona pace della indipendenza e della libertà del professionista e con molti rischi per la personalità della prestazione del pubblico ufficiale.

Sul fronte opposto ci sono quelli per i quali cogliere la sfida della digitalizzazione significa inevitabilmente (e auspicabilmente, per loro) attenuare (o azzerare, perché no?) il rapporto tra intervento del notaio e documentazione.

A questi colleghi replico dicendo che il notaio non può diventare ingranaggio di processi che non governa, e ha il dovere di non arretrare di un solo passo sul piano dei contenuti della funzione. Noi oggi diamo certezza rinforzata non solo al fatto che una transazione si sia verificata, ma al suo intero contenuto, dando valore alla varietà delle fattispecie. Per le parti e per i terzi. Esattamente quello che una Blockchain non può (e non intende) fare.

Allora dobbiamo intenderci su cosa significa rivendicare una “centralità”: non certo essere protagonisti della transazione (perché verrebbe meno la terzietà e l’indipendenza), ma esserne controllori e garanti a 360 gradi, non in modo formale ma sostanziale. E’ in gioco il tema politico fondamentale dell’utilità della nostra funzione. Se vogliamo solo essere i registratori di un fatto di cui non indaghiamo il contenuto, non c’è bisogno di un sistema di selezione e di controllo come quello che invece ci caratterizza: dovremmo allora chiedere di diventare tutti public notaries di stampo anglosassone.

Se invece pensiamo di essere i controllori della validità dell’atto nel suo intero contenuto e i tutori della fisiologia dei rapporti che ne scaturiscono in chiave preventiva della patologia, dobbiamo andare dritti verso l’acquisizione di una responsabilità sempre più piena. La strada da seguire non è affatto quella di attenuare il peso e la rilevanza della documentazione; è quella di creare un nuovo tipo di documentazione e di conservazione.

Chi sostiene il contrario appare troppo disposto a mettere la propria funzione di certificazione a disposizione (sarebbe meglio dire, a servizio) di chi non la possiede ma è e resta il dominus dei processi decisionali che conducono al perfezionamento della transazione. E si dimostra persino troppo rassegnato all’idea che la modernità ci impedisca necessariamente di andare oltre e di entrare nel merito delle vicende negoziali.

Tutti sappiamo che togliere peso alla documentazione intesa come controllo del contenuto è strumentale all’alimentazione dei conflitti e alla loro soluzione sulla base dei rapporti di forza anziché del diritto. E sappiamo che la spinta verso questo scenario proviene dai soggetti che sono perfettamente in grado di gestire a proprio favore i rapporti di forza.

Esibire la propria disponibilità e la propria rassegnazione a tutto questo significa proporre per i notai un ruolo che per la generalità di essi sarà perdente e subalterno. Il fatto che alcuni di noi sostengano pubblicamente questo scenario non appaia paradossale – e non dobbiamo commettere l’ingenuità di considerarlo tale – perché risponde ad un preciso interesse che deriva da rapporti già consolidati, o di cui si desidera essere parte, con gli ambienti da cui quelle spinte provengono.

Costruire un nuovo modello di notaio significa allora affermare anche per il futuro la funzione di conferire verità non solo al fatto della transazione ma anche al suo intero contenuto, adottando strumenti operativi e di conoscenza molto diversi, in parte aggiuntivi e in parte sostitutivi, rispetto a quelli che abbiamo utilizzato fino ad oggi. E coinvolgendo nel perseguimento dell’obiettivo una profonda riforma del sistema di accesso alla professione, soprattutto per ciò che riguarda i contenuti della preparazione richiesta e i linguaggi che l’aspirante notaio deve padroneggiare.

Il documento notarile dell’era digitale non può essere un atto informatico costruito come la versione smaterializzata dell’atto cartaceo (che non aggiunge utilità rispetto a quest’ultimo, né per ciò che attiene alla sua produzione né per ciò che attiene alla sua conservazione). Quel documento deve potersi redigere dall’origine in qualsiasi lingua che il notaio conosca (e anche in più lingue diverse); deve potersi sottoscrivere da luoghi diversi rispetto a quello in cui si trova fisicamente il notaio; deve essere assistito da sistemi di accertamento dell’identità delle parti che mettano loro, il notaio e la collettività davvero al riparo dal rischio di contraffazioni; deve essere accompagnato da scelte accurate (rispetto alle quali il ruolo consulenziale e antiprocessuale del notaio sarà decisivo) in merito all’individuazione della giurisdizione, alla prevalenza di un testo sugli altri in caso di pluralità di lingue, alla legge applicabile.

Il notaio dovrà essere in grado di trasmettere le copie digitali di quel documento (e anche di quelli che continueranno a nascere cartacei) sottoscrivendole da qualsiasi luogo, attraverso sistemi che consentano a lui (e solo a lui) di apporre la sua firma digitale e di disporre un invio telematico anche da lontano.

Dobbiamo utilizzare la digitalizzazione a nostro vantaggio dominandone i processi, anche per promuovere il significato e il valore anche economico della conservazione degli atti. Nell’era dell’immateriale, individuare un “originale digitale”, unica fonte da cui trarre copie che possano dirsi autentiche, diventerà importantissimo. Digitalizzare le attività di conservazione e di repertoriazione dei nostri atti significherà portare alle generazioni future un valore concreto (e monetizzabile) che solo il nostro “sistema” (ancora lui!) permette di creare.

Atti in più lingue; sottoscrizione a distanza; scelte sulla giurisdizione; accertamento dell’identità con mezzi diversi dal documento cartaceo, …: è chiaro che nessuno strumento nuovo potrà essere adottato con successo e nessun obiettivo potrà essere raggiunto se il notaio non chiederà di vedere accresciuta la propria responsabilità.

Certo, se la tecnica che ci appassiona di più è quella che ci impone di spendere cifre folli per rilegare i nostri atti cartacei in volumi dei quali dobbiamo misurare lo spessore in centimetri, mentre rilasciamo gratuitamente milioni di copie autentiche a chiunque ne faccia richiesta, qualche rischio di perdere la sfida lo corriamo …

E qui viene in gioco il cambiamento del modello di Notariato. Non si tratta infatti solo di cambiamenti culturali e di decisioni operative del singolo notaio; ciò di cui si discute richiede l’adozione da parte degli Organi di categoria di scelte che essi devono avere la forza di adottare sapendo che ne deriverà una grande responsabilità politica.

Il Notariato esce da un triennio molto difficile, nel corso del quale le divisioni – nei nostri Organi Istituzionali, nei rapporti tra le associazioni di categoria, e anche nei rapporti tra singoli notai – hanno conosciuto una polarizzazione senza precedenti. Dal mio punto di osservazione, che per certi versi è privilegiato perché mi consente di avere una visione di insieme, assisto ad un processo molto preoccupante di autentica deflagrazione.

Le attività dirette a contrastare i nemici esterni hanno impedito alle nostre spaccature di produrre a pieno i loro effetti e si poteva sperare che l’approvazione della Legge sulla Concorrenza avesse se non altro l’effetto positivo di renderle meno aspre. Al contrario, sembra proprio che i notai avvertano il bisogno di avere nemici e, in mancanza d’altro, di cercarli e di costruirli all’interno della categoria.

Limitando l’osservazione agli ultimi mesi, si manifestano quotidianamente atteggiamenti che non sono soltanto mortificanti sul piano personale, ma – concetto che mi sta molto più a cuore e che cercherò di argomentare – sono indice di un grave autolesionismo sul piano politico.

Le critiche sprezzanti espresse da decine di notai verso gli Autori di studi interpretativi delle nuove norme trova sponda nella dissociazione che alcuni membri del CNN hanno voluto esprimere pubblicamente rispetto al contenuto di quegli studi. Il CNN che dapprima divulga un documento attraverso i propri canali, e poi di fronte alle critiche – anziché chiedere scusa agli Autori a nome dell’intera categoria – ne disconosce la paternità, mette in pericolo la sua stessa autorevolezza.

L’autorevolezza del CNN è compromessa in modo ancora più grave – e lascia spazio ad una preoccupante debolezza – quando (come è avvenuto pochi giorni or sono) i componenti del CNN rendono manifesti, attraverso gli interventi pubblici di taluni di loro e le discussioni altrettanto pubbliche ad essi conseguenti promosse da altri, contrasti di opinione e – quel che è peggio – conflitti di attribuzione tra loro.

Gli stessi che emergono quando assistiamo alle prese di distanza di alcuni Consiglieri Nazionali rispetto a decisioni dell’intero Consiglio, espresse all’indirizzo della categoria senza illustrare in alcun modo il contenuto di quelle decisioni: un modo per impedire ogni valutazione di merito e per conquistare facile consenso presso una parte dei colleghi, all’insegna di quello stesso populismo che affligge la politica del nostro Paese svilendone i contenuti.

E al di fuori degli Organi istituzionali le cose non vanno meglio.

Abbiamo visto una esigua minoranza esporre l’intera categoria – con il sovvertimento dei più elementari principi di rappresentatività – ai pericoli di una iniziativa di protesta mossa da istanze che nessun osservatore esterno avrebbe mai potuto fare proprie e senza la prospettiva di conseguire alcun obiettivo.

I problemi connessi all’utilizzo dei social media emergono in modo allarmante: la capacità di amplificazione del messaggio che questi strumenti possiedono viene da molti sottovalutata. Alcuni ne ricavano un “effetto boomerang” ottenendo risultati opposti a quelli sperati; altri la utilizzano ad arte per attaccare i propri avversari. La strategia si poggia spesso sulla mistificazione: si altera il significato di quanto detto da qualcuno o si esprimono illazioni indimostrabili sul suo conto. A quel punto basta la reiterazione delle letture e un contenuto falso o insussistente diventa vero e reale, determinando il passaggio dal legittimo dissenso alla delegittimazione.

Del resto, anche chi è deluso dal testo del possibile nuovo Codice Deontologico non si limita a criticarne il contenuto a proporre modifiche a suo avviso migliorative, ma si spinge a contestare la legittimazione stessa del CNN e il ruolo che la legge gli assegna. Una delegittimazione che è persino ostentata nel momento in cui durante una assemblea dei Presidenti Distrettuali si sente dire da alcuni di essi che le indicazioni e le richieste del Consiglio Nazionale saranno rispettate solo ove i notai dei loro collegi siano disposti a collaborare; o nei casi in cui i Consigli Distrettuali e i Comitati Regionali vengono convocati solo dopo la scadenza indicata dallo stesso CNN per trasmettere i commenti e le considerazioni sul testo del nuovo Codice.

Un clima come questo – nel quale le divisioni interne al CNN e il dissenso proveniente dall’esterno si trasformano nella sua delegittimazione – non solo dimostra che la democrazia, se coloro che se ne giovano non ne rispettano le regole basilari, diventa il contrario di se stessa, ma mette in pericolo la determinazione del nostro massimo Organo rappresentativo nell’assumersi le proprie responsabilità. Il CNN non era tenuto a coinvolgere i Consigli Distrettuali e le associazioni di categoria nella discussione: lo ha fatto dimostrando una disponibilità al confronto certamente apprezzabile, ma chi ne ha fruito (come Federnotai, che ha trasmesso – entro il termine indicato – le sue considerazioni) non può pretendere di sostituirsi al Consiglio Nazionale e il Consiglio Nazionale non può abdicare alla sua competenza.

Promuovere l’adozione di un nuovo Codice Deontologico è un atto politico di primissima rilevanza, perché contribuisce a tracciare l’identità della categoria per gli anni a venire: chiediamo che il CNN faccia tesoro delle indicazioni ricevute e le sintetizzi per migliorare il testo approvato in prima lettura, ma che affermi il proprio ruolo senza subire le dinamiche di un dibattito perenne che non condurrebbe ad altro che all’abbandono dell’iniziativa. Un abbandono che avrebbe il significato politico più destabilizzante, aggravando una situazione che appare già critica.

Il Codice Deontologico deve essere scritto in modo da dimostrare la capacità di recepire i cambiamenti avvenuti e di prevedere quelli in arrivo. E’ evidente a tutti come le scelte più importanti attengano al rapporto tra la valorizzazione della nostra funzione pubblica e l’essere pienamente coinvolti dalle dinamiche della concorrenza. Un Codice che innalzi il livello della responsabilità del notaio imponendogli una correttezza inflessibile sul piano della fedeltà fiscale, della gestione efficiente dello studio, e della indipendenza da ogni forma di intermediazione risponde in pieno agli obiettivi della nostra categoria, guardando tanto ai rapporti con le altre professioni quanto a quelli con i decisori politici.

Un sistema di regole ispirato a questa ratio deve poter funzionare anche prendendo atto della libertà organizzativa di ciascun notaio; una libertà che non deve essere coartata, ma tutelata realmente facendo sì che il sistema di regole comprenda anche norme che consentano controlli efficaci. Norme, queste ultime, che non potranno mai funzionare senza il coinvolgimento degli Organi periferici, che non si devono gravare con incombenze burocratiche ridondanti, ma dai quali deve essere possibile pretendere piena collaborazione.

Un Organo di vertice (eletto, vale la pena di ricordarlo, non auto-nominato) che indichi la direzione e scriva le regole; organi periferici che vigilino sulla loro applicazione; notai che si attengano alle regole per rispetto della funzione e dei principi di democrazia interna: questi sono gli elementi irrinunciabili perché si possa parlare del Notariato come di un “sistema”. Se anche uno solo di questi elementi viene meno, il sistema entra in crisi.

Se poi l’Organo di vertice rinuncia a dettare le regole, gli Organi periferici subordinano la loro azione al gradimento della base e quest’ultima decide di applicare solo le regole gradite, il sistema semplicemente non c’è e si diventa irrimediabilmente vulnerabili tanto verso gli attacchi esterni di chi potrebbe proporre l’introduzione di norme che attentino alle nostre funzioni, quanto verso gli attacchi interni di coloro che sono insofferenti alle regole e che vorrebbero abrogarle nei fatti. E’ quello che succede, per esempio, quando per sottrarsi alle regole del nostro procedimento disciplinare si chiede all’Autorità Antitrust di sovvertirle.

Se le regole sono troppo deboli e vengono applicate in modo discontinuo si attenta alla dignità dell’intero sistema e, come ci ricorda un altro verso di quella stessa canzone, “chi non conosce dignità non può nemmeno percepire umiliazione”.

Mi rendo conto di avere tracciato, attraverso alcuni esempi, un quadro a tinte fosche e farei torto alla storia di Federnotai, che qui rappresento, se non tentassi di superare il pessimismo concludendo il mio intervento in un’ottica propositiva.

Per realizzare un nuovo “modello di Notariato” capace di vincere le sfide che ci attendono abbiamo bisogno di valorizzazione la nostra presenza capillare sull’intero territorio facendoci diventare realmente i terminali di un’unica struttura organizzativa. Utilizzare la digitalizzazione a nostro vantaggio deve significare anche poter mettere in comune tra tutti noi una serie di dati e informazioni utili per rendere la nostra attività più veloce e per facilitare alcuni controlli che ci sono affidati: pensiamo all’effetto (anche in termini di risparmio) che si avrebbe se i notai alimentassero e consultassero banche dati nazionali contenenti gli estremi dei provvedimenti autorizzativi di natura edilizia/urbanistica; o ai vantaggi per l’intera collettività che si avrebbero se i notai potessero collegarsi con gli uffici anagrafici di tutti i Comuni e potessero aggiornare i dati da essi conservati.

Il valore che il Notariato metterebbe a disposizione dell’intera collettività sarebbe molto apprezzato: per restare alla mia esperienza quale Presidente di Federnotai, ne ho avuto un esempio tangibile nell’interesse dimostrato dalla Relatrice al Senato sul DDL in materia di Disposizioni Anticipate di Trattamento per l’ipotesi di un registro nazionale delle DAT creato e aggiornato dal Notariato e messo a disposizione di tutte le strutture sanitarie del Paese.

Il lavoro dei colleghi che si stanno impegnando per la creazione di registri sussidiari creati e gestiti dalla nostra categoria risponde ad una strategia politica lungimirante che deve essere sostenuta da tutti noi perché sia anche vincente.

Sul piano politico, quel nuovo modello di Notariato richiede un Consiglio Nazionale del Notariato più forte e realmente sostenuto dalla base, nel ritrovato rispetto della democrazia rappresentativa. Ritengo che questo sia il primo e più importante rimedio all’esplosione delle divisioni e al protagonismo di chi le provoca agendo al di fuori del CNN o, cosa decisamente più grave, anche al suo interno.

Le criticità possono riguardare – ed in questo periodo appare chiaramente essere così – il sistema delle deleghe attribuite in seno al CNN, vuoi per la minore incisività con cui talune di esse sono esercitate rispetto ad altre, vuoi per lo sconfinamento di singoli Consiglieri nell’ambito di competenza di altri. La situazione di instabilità che ne deriva rende urgente un confronto molto franco, in seno al CNN, sui ruoli e sulla loro suddivisione, che conduca alla conferma o alla revisione delle deleghe per far sì che tutte siano effettivamente esercitate in esecuzione della linea decisa collegialmente e con la massima tempestività di azione.

Riteniamo che il problema si potrebbe prevenire se si giungesse ad una riforma del sistema elettorale.

Noi auspichiamo una riforma che permetta di eleggere almeno un numero significativo dei rappresentanti attraverso il voto di tutti i notai in un unico collegio elettorale nazionale, raggruppando i candidati in liste che siano composte in modo tale da garantire la rappresentanza di tutte le aree geografiche. Pur senza attendere una riforma legislativa, è comunque possibile e necessario che il consenso venga raccolto attraverso la presentazione anticipata di programmi e di candidature, in modo da dare veramente spazio ad un dibattito sui contenuti e sulle idee, e da consentire a chi sarà eletto di attuare il proprio programma da subito.

Un CNN che fondi la sua forza su programmi condivisi è anche in grado di sostenerli in modo deciso e univoco con attività di comunicazione incisive e continue, e di limitare il cono di luce nel quale ogni singolo componente, supplendo ad un Organo a volte troppo lento nel decidere o approfittando di una situazione di minore incisività, decida di porre se stesso.

Un cambiamento – anche solo di fatto – del modo di presentare le candidature può essere decisivo per rendere maggiormente credibili i programmi anche all’esterno e per conquistare considerazione presso l’opinione pubblica, i media e i decisori, in un periodo storico nel quale le forze politiche difettano gravemente sul piano della qualità dei contenuti e dell’azione a loro sostegno.

Perché questo succeda, occorre che il Notariato si liberi dal bisogno di costruire il nemico e migliori la qualità delle relazioni interne ed esterne anche e soprattutto in “tempo di pace”; che si organizzi e agisca come un unico sistema, totalmente armonico al suo interno e capace di trarre beneficio dalle relazioni con agli altri sistemi con cui interagisce.


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