Quanto è affidabile il “Doing Business”?

Da più di dieci anni a questa parte, nelle sedi più autorevoli, e molte volte nei mezzi di comunicazione, viene fatto riferimento al rapporto Doing Business (www.doingbusiness.org), una raccolta di dati curata annualmente dalla World Bank, aggiornata annualmente, e destinata a fornire informazioni sulla efficienza dei sistemi giuridici e sulle economie (attualmente) di 190 Paesi del mondo.

Le rilevazioni si riferiscono a settori determinati (avviare un’impresa, acquistare un immobile, recuperare un credito ecc.) e vengono messe insieme mediante questionari inviati a professionisti, enti pubblici, accademici del Paese interessato, specificamente riferiti ad un caso concreto: per l’avvio di un’impresa, ad esempio, si fa quello della costituzione di una società a responsabilità limitata con cinque soci, un capitale iniziale pari a dieci volte il reddito nazionale locale pro capite, un numero di dipendenti tra i 10 e i 50, una generica attività industriale o commerciale che non si giova di particolari incentivi, non soggetta a restrizioni o speciali regimi fiscali, che ha sede in un immobile non in proprietà ma in leasing e il cui atto costitutivo è lungo dieci pagine (per più completi dettagli http://www.doingbusiness.org/methodology/starting-a-business).

di Paolo Pasqualis

I dati vengono poi pubblicati a stampa e sul sito internet www.doingbusiness.org, analizzati e presentati in varie forme (per Paese, per zone geografiche, in diverse graduatorie, con gli indicatori di chi ha migliorato la propria posizione dall’anno precedente e chi l’ha peggiorata, e così via).

Le graduatorie attirano l’attenzione e vengo messe in risalto dai mezzi di comunicazione, che le presentano preferibilmente con comparazioni eclatanti: l’Italia dopo il Niger per quanto riguarda l’avvio di nuove imprese! O dopo l’Armenia o il Kazakistan per i trasferimenti immobiliari! Peccato che altre comparazioni non siano considerate: l’Italia decine di posizioni più in alto in graduatoria rispetto alla Germania o al Giappone per l’avvio di nuove imprese e così pure rispetto al Canada o al Regno Unito per i trasferimenti immobiliari!

Ma è meglio procedere con ordine.

Le informazioni fornite dalla raccolta Doing Business vengono classificate in “procedure” da svolgere, tempo impiegato e costi (si vedano le definizioni relative alla creazione di una nuova società: http://www.doingbusiness.org/Methodology/starting-a-business).

Così, ad esempio, la costituzione di una società srl in Italia comporta 6 “procedure” (http://www.doingbusiness.org/data/exploreeconomies/italy#starting-a-business):

  • Stipula dell’atto costitutivo;
  • Acquisto dei libri sociali e contabili;
  • Pagamento della tassa di concessione governativa per i libri sociali e contabili;
  • Attivazione della PEC;
  • Iscrizione della società a registro delle imprese, partita IVA, INPS, INAIL;
  • Comunicazione dell’apertura all’Ufficio del lavoro.

Ne discende, dato il criterio di computo minimo del tempo (1 procedura = 1 giorno), che il tempo totale necessario per l’avvio di una nuova impresa in Italia è determinato in 6,5 giorni ed il costo complessivo in US$ 4.327,83 (espresso nel 13,7% del reddito nazionale pro-capite, quest’ultimo indicato in US$ 31.590).

Queste cifre fanno collocare il nostro Paese al 66° posto della graduatoria (su 190, cfr. i dati all’indirizzo http://www.doingbusiness.org/rankings).

In Nuova Zelanda (al 1° posto da anni in questo settore) per costituire una società è sufficiente la compilazione di un modulo, valutato come unica procedura e svolta in un solo giorno di tempo:

http://www.doingbusiness.org/data/exploreeconomies/new-zealand#starting-a-business

Poi, però, se si vuole vedere che cosa il modulo deve contenere, si scopre che per avviare una società in Nuova Zelanda occorre in verità:

  • Riservarne il nome (che deve essere originale);
  • Completare un formulario on line con i dettagli dell’impresa;
  • Pagare una somma per la registrazione;
  • Sottoscrivere e inviare un secondo modulo, con il consenso degli amministratori e dei soci;
  • Richiedere l’attribuzione di un codice da parte del fisco e la registrazione al registro delle società (segue l’elenco dei dati da fornire nell’occasione).

Tutto questo, come detto, viene riportato nella classifica di Doing Business come una sola procedura, che si compie in un solo giorno di tempo.

La Germania, invece, viene a trovarsi oltre la centesima posizione (113a), grazie alla elencazione delle seguenti procedure:

(http://www.doingbusiness.org/data/exploreeconomies/germany#starting-a-business)

  • Verificare l’originalità della denominazione;
  • Stipulare l’atto costitutivo con relativo statuto in forma notarile;
  • Depositare il capitale sociale in un conto bancario;
  • Registrare l’atto al registro delle società;
  • Notificare l’atto al locale ufficio del commercio;
  • Registrarsi presso l’associazione imprenditoriale di categoria;
  • Notificare l’apertura all’ufficio del lavoro;
  • Iscrivere i dipendenti alla sicurezza sanitaria e sociale;
  • Trasmettere i documenti al fisco.

Queste, nel caso tedesco, sono tutte scandite come singole “procedure”, portando il totale a nove e la durata a dieci giorni e mezzo.

Saranno state verificati e comparati da qualcuno i passi da compiere in Nuova Zelanda e in Germania per costituire una nuova società? Alcuni aspetti sembrano molto simili (almeno nella descrizione data dallo stesso Doing Business) ma con esiti così diversi per quanto attiene al loro “conteggio” e alla loro durata.

In appendice ai testi pubblicati sono indicate le fonti, ossia i referenti nazionali che forniscono i dati. Vi compaiono molti studi legali internazionali (così anche per l’Italia) ma in concreto non è dato sapere chi fornisce che cosa né, tanto meno, che controllo viene svolto sulla affidabilità dei dati forniti.

L’osservazione sulla affidabilità dei dati va fatta, soprattutto perché in alcuni casi quelli pubblicati non sempre sembrano verosimili.

Già l’esempio fatto per la costituzione di società, mettendo in relazione i dati di Nuova Zelanda e Germania, provoca non poche perplessità: evidentemente per la Nuova Zelanda si è accettato di considerare ciò che è stato comunicato come consistente “tutto in uno” nella compilazione del richiesto formulario (mentre i diversi aspetti: verifica della denominazione / formulario di costituzione / pagamento / formulario dei soci ed amministratori, avrebbero ben dovuto portate a distinguere 4 “procedure”), e invece coloro che hanno fornito i dati per la Germania hanno evidentemente ritenuto di dover distinguere i vari “passi” da compiere (tanto da indicare come autonomo quello della scelta del nome e autonomo anche quello di iscrizione alla associazione datoriale di categoria!).

Un altro esempio può venire andando a leggere i dati relativi ai trasferimenti immobiliari: i Paesi che guidano la graduatoria (ossia quelli nei quali ci sono meno “procedure” da svolgere e quindi tempi più brevi per l’acquisto) presentano una sola “procedura” (e, di conseguenza, un solo giorno per l’esecuzione) o poco più. È così, ad esempio, per la Nuova Zelanda (2 procedure, 1 giorno), la Georgia (1 procedura, 1 giorno), gli Emirati Arabi Uniti (2 procedure, 1,5 giorni), la Norvegia (1 procedura, 3 giorni), la Svezia (1 procedura, 7 giorni).

Tenuto conto della definizione di “procedura” e di un minimo riscontro con quanto si legge nelle singole schede/Paese i risultati sopra riferiti non sono sempre credibili. È ovvio, infatti, che per un qualsiasi trasferimento immobiliare vi sono sempre una serie di “procedure” minime, connaturate al contratto da concludere: verifica titolo di proprietà del venditore, firma dell’atto, versamento di una qualche (ancorché minima) imposta e “registrazione” in un pubblico archivio. E solo così si arriverebbe già a quattro “procedure”.

Volendo fare una verifica concreta, a titolo di esempio, è stato possibile reperire una fonte affidabile di dati per quanto attiene ai trasferimenti immobiliari in Svezia (Murray – Stürner,  The Civil law Notary – Neutral Lawyer for the Situation, C.H. Beck Verlag, München, 2010, p. 90 e ss.), secondo la quale possono individuarsi almeno 4 “procedure” (se valutate conformemente a quanto si legge nelle definizioni): verifica del titolo di acquisto e della libertà del bene presso il registro immobiliare, firma dell’atto di trasferimento, pagamento dell’imposta di trasferimento, registrazione del nuovo proprietario nel registro immobiliare. Ma Doing Business per la Svezia porta una sola “procedura”.

Ora, atteso che gli indici e le graduatorie elaborate da Doing Business presentano il dichiarato intento di mettere in confronto l’efficienza delle economie e dei sistemi giuridici dei diversi Paesi, diviene della massima importanza che ciascuno di questi possa conoscere adeguatamente le fonti da cui provengono i dati, per poterne valutare l’attendibilità.

Pare indispensabile, quindi, che Doing Business metta in opera un sistema di controllo interno, se occorre anche con la collaborazione turnaria di singoli Paesi, per la verifica dei dati che compaiono nei suoi indici. Troppa importanza, infatti, stanno assumendo questi ultimi, anche presso la generalità del pubblico, per poter essere lasciati alla correttezza di coloro che (spesso nel proprio interesse) li forniscono.

Una annotazione finale, riferita alla graduatoria di Starting a business, qui presa ad esempio, ma facilmente estensibile agli altri settori considerati nei rapporti della World Bank: non vi è alcuna valutazione della qualità del servizio o del risultato né, tanto meno, della sua “tenuta” rispetto ad un possibile contenzioso. Si considerano solo i risultati immediatamente “misurabili” in numeri: “procedure”, giorni, costi.

Neppure si prende in considerazione la eventuale necessità (ed i costi) di intervento di professionisti in veste di consulenti: si accetta nel caso-tipo proposto che l’avvio di un’impresa con cinque soci, capitale di 315.900 dollari e un numero di dipendenti tra i 10 e i 50 avvenga senza fare cenno alla consulenza legale, contabile o di diritto del lavoro.

Tutto questo non pare possa condurre a considerare gli indici e le graduatorie elaborate da Doing Business come realmente utile e affidabile punto di riferimento per una comparazione tra le diverse economie o i diversi sistemi giuridici in termini di rapidità, economia di mezzi, efficienza burocratica, facilità e sicurezza di accesso e tutele per i privati e le imprese.

 

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Quanto è affidabile il “Doing Business”? ultima modifica: 2018-05-25T10:13:56+00:00 da Redazione Federnotizie