C’era una volta una regola. Fiaba sulla legalità.

Congresso Federnotai 2016

IL PIACERE DELLE REGOLE
LE REGOLE DEL PIACERE

Siam mica qui a raccontar le favole

Che cosa volete di più dalla vita?
Un lucano … infatti.

C’era una volta … un lucano.

Ed è quella la favola che avrei voluto raccontarvi oggi, sebbene quella non sia propriamente una favola, ma una leggenda. Quantunque per l’occasione potrebbe anche assumere i caratteri di una tragedia in funzione catartica. E in poche parole ho già sfoggiato “sebbene”, “quantunque” e “catartica”… e ho detto tutto.

Quest’anno pensavo che non sarei stato chiamato a chiudere il congresso di Federnotai, almeno per due motivi.

In primis perchè qualcun altro era già impegnato a chiudere tutto il notariato e da più parti si paventava che non saremmo giunti a mangiare il panettone.

Devo, con un cauto sollievo, invece constatare che abbiamo già mangiato la colomba pasquale e che festeggiamo l’arrivo del nuovo Salvatore (Lombardo) del notariato.

God save the CNN.

In secundis perchè, temendo che saremmo stati privati del privilegio di redigere l’atto pubblico, avevo paura di non potermi più esprimere in pubblico, e che, per legge, il congresso di Federnotai sarebbe stato chiuso, con un numero di partecipanti al di sotto dei 500, con un intervento autentificato da un’avvocato, da un commercialista o anche da un geometra.

Poi, con un fine lavoro ai fianchi di una commissione legislativa competente e lungimirante, si è riusciti a far approvare un benedetto emendamento, ormai blindato, che prevede testualmente:

“al terzo alinea dell’art. 42, stralciato in commissione, si aggiunge quanto segue: in considerazione del numero tabellare dei Notai che passa, per mò, da 5.000 a 12.000, a chiudere il congresso di Federnotai, saranno chiamati, non uno, ma 2,4 Notai.”

Noi Notai, quindi, da sempre rigorosi e fedeli applicatori di ogni legge, anche la più irrispettabile ed incomprensibile, chiudiamo il congresso di Federnotai, osservando alla lettera la volontà del legislatore, ed infatti a chiudere il congresso siamo esattamente 2,4 Notai.

Dove io, Lucano, rappresento lo zero virgola ottanta (pur con un certo ottimismo) e Carmelo Di Marco, Lombardo, rappresenta l’uno virgola sessanta (anche perchè è notevolmente dimagrito e non riesce più ad arrivare a due).

Ecco spiegato perchè il Presidente Di Marco, alla fine, ha dovuto chiamarmi di nuovo.

Vorrei rassicurarvi sul fatto che, se usciamo indenni anche questa volta, potrebbe non essere l’ultima, se riesco nel frattempo a diventare avvocato, commercialista, geometra ovvero, in caso di ulteriore aumento tabellare, a passare da zero ottanta a uno e trino. Sperando che non finisca tutto in latrino.

Grazie per l’attenzione e … alla prossima.

A questo punto scattano delusione e rabbia nei pochi rimasti in fine di convegno, dapprima stupore e sbigottimento poi parte un fragoroso applauso e il relatore (si fa per dire) viene chiamato a gran voce alla ribalta..si lascia convincere e riprende

Alla regia:

-dammi 7 di eco.

CIAO ROMA, CIAO ITALIA, Vi amoooo.

Vi ringrazio molto veramente, e ringrazio Carmelo Di Marco che mi ha chiamato, soprattutto per il coraggio e l’onestà intellettuale che ha dimostrato.

Lo ammiro molto sia come uomo che come leader sindacale: vi rendete conto che è l’unico che chiama qualcun altro, nella specie me, ed in maniera trasparente … a raccontar favole?

Così ci bruciamo la possibilità di dire:

“Siam mica qui a raccontar le favole.”

Infatti è proprio scritto sulla locandina, sono qui a raccontare una favola … sulla legalità.

Il compito è arduo, e dispero di riuscirvi; sarebbe più facile raccontare il dramma in cui versa la legalità.

Ma, come dice una nostra collega bella e brava, ogni tanto può pure capitare di deludere le aspettative e penso che oggi andrà così, resterete delusi.

Ma forse, a pensarci bene, la legalità è diventata veramente una favola, in quanto so che voi sapete che io so che di legalità ce n’è rimasta poca, con una tendenza ad un ulteriore ribasso, peraltro.

Allora non ci resta che cercarla la legalità; tuttavia è come cercare l’ago nel pagliaio, aggravato dal fatto che, se anche trovassimo l’ago dovremmo poi vedere se per la sua cruna ci passi un cammello a cui toccare la gobba per ottenere un poco di fortuna per trovare l’ago nel pagliaio.

Ogni riferimento allo stile governativo attuale e a fatti e circostanze attualmente esistenti non è intenzionale, ma purtroppo coincidente.

Qualcuno si starà chiedendo se io stia leggendo questo intervento.

Non sto leggendo affatto, questi sono i fogli in cui è scritto l’intervento di chiusura del prossimo congresso di Federnotai, dal titolo:

“Se prima eravamo in cinque a ballare l’alligalli, adesso siamo in dodici a ballare l’alligalli”.

Di cui la regia trasmette, di sua spontanea volontà, una slide.

Ogni riferimento a fatti e circostanze attualmente esistenti non è intenzionale, ma purtroppo coincidente.

Pertanto, per ora vado a braccio, sperando che fino alla fine non me lo spezziate (il braccio).

Ma anche tutti e due.

Anche perchè ho intenzione di portarmi avanti con il lavoro, così mi levo il pensiero e, senza soluzione di continuità, vi faccio sia l’intervento di quest’anno che quello dell’anno prossimo.

… in tre quattro ore ce la caviamo.

Se poi ve ne volete andare prima, come dicono i migliori relatori: lo potrete leggere nella relazione scritta che sarà pubblicata su Federnotizie, nella nuova rubrica

“Omo omini lupus … in fabula

dalla favola alle favelas”

che poi è il sottotitolo della favola che sto improvvidamente improvvisando per voi.

Avevo pensato a questo titolo:

C’ERA UNA VOLTA

IL PIACERE DELLE REGOLE

… A VOLTE RITORNANO

e a questo inizio ispirato a C.C. che non è il codice civile e non sono manco i carabinieri, ma Carlo Collodi, che le storie le sapeva raccontare.

C’era una volta

– Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

Si, ragazzi (si fa per dire), non avete sbagliato. C’era una volta un re.

Egli regnava insieme al suo popolo serenamente circondato dall’abbondanza e dalla letizia.

Il re era buono, giusto e tollerante, ed era da tutti amato e rispettato.

Se proprio avessero voluto trovargli un difetto, avrebbero potuto dire che amava, tenacemente, le libagioni di cui era ricca la sua terra.

Ma non era un difetto, era carattere.

Il re era, diciamo così, affascinato dai peccati di gola (che a quei tempi non erano peccati, ma virtù), tant’è che i sudditi lo chiamavano affettuosamente ReGola.

E a lui non dispiaceva, gli dava un (con)senso di autorevolezza che pensava di meritare, una sorta di evocazione dell’ordine costituito che egli incarnava:

ReGola.

Il re non era, naturalmente, solo sensibile alle mere lusinghe del desco, egli era cultore dell’ars nutrendi, anzi l’aveva inventata.

Aveva dimostrato, inoltre, che l’Arte non poteva subire limiti o discriminazioni fondate sull’appartenenza a sessi diversi, ed aveva favorito le signore che dimostravano di essere dotate di capacità evidenti e di fortuna, con l’istituzione dell’ars culinaria, di cui la regia di sua spontanea iniziativa trasmette una slide, dalla quale mi dissocio.

Che cattivo gusto.

ReGola aveva fatto del suo regno un mirabile ed ordinato giardino ed i fiori, le piante ed i frutti nell’avvicendarsi delle stagioni, pur nei mutamenti del periodo, offrivano uno spettacolo sublime di colori e di profumi sempre nuovi e freschi. Queste meraviglie prosperavano grazie al rigoroso rispetto della disciplina che ReGola (omen nomen) aveva prescritto con il contributo dei più esperti giardinieri e botanici del mondo.

Il Regno era tutto un Giardino, il giardino dell’Eden, il giardino delle favole, e forniva le migliori prelibatezze per la cura e per la preparazione dell’eccellenza cibaria cui tutti i cittadini tendevano in una pacifica e virtuosa sfida alla migliore squisitezza.

ReGola aveva promosso attorno al cibo un insieme di modelli, una sorta di narrazione, come quella di oggi, fatta di idee e di pratiche sociali, di implicazioni simboliche e nutrizionali.

Aveva creato lo “ius gastronomicus” cioè, ad usum delphini, le “regole dello stomaco”, per i più disincantati direi le “regole della panza”, parlando con creanza …

Queste regole avevano come obiettivo primario la salute del corpo e, mediatamente, della mente; visto che, come si diceva nel regno

mens sana in corpore sano.

Le norme del diritto al benessere erano rispettate da tutti in modo naturale, spontaneamente, sebbene il re del buongoverno avesse affidato a pochi e scelti cultori della materia la cura della loro osservanza.

Anche i giardini erano costantemente lavorati seguendo i modelli dettati, e regolato dagli stessi valorosi cavalieri attentamente selezionati attraverso una competizione con prove molto impegnative, la cui vittoria dava diritto al titolo ed allo status di

Mastrodigusto.

Diventare Mastrodigusto era difficile, il concorso era durissimo, ma una volta superatolo (superatolo; sembra un nano che ha vinto il concorso; ogni riferimento a fatti e circostanze attualmente esistenti non è intenzionale, ma evidentemente coincidente).

Il concorso era durissimo, ma una volta superatolo, dicevamo, ti cambiava la vita.

Il pubblico ufficio di Mastrodigusto dava grandi soddisfazioni sotto ogni aspetto: partecipare alla nascita di ogni germoglio, vedere crescere, prosperare e fruttificare ogni pianta, ogni allevamento brado, ricevere, verificare e legalizzare ricette, registrare e rendere pubblici formule e procedimenti (modalità di preparazione, di cottura, di accostamento, di successione, di servizio, di presentazione e di consumo del cibo) era impagabile.

Il compito di sviluppare ed educare i sensi ed il gusto era sublime, i Mastrodigusto erano i portatori della cultura

“del piacere onesto e della buona salute”

che aveva come obiettivo il piacere e la salute.

La salute che si raggiunge attraverso il piacere.

Il piacere di essere in salute.

I Mastrodigusto erano i depositari di quell’insieme di regole attraverso le quali si custodiva il complesso sistema dello ius gastronomicus.

Il loro Ufficio era molto apprezzato.

Anche i Mastrodigusto, quasi al pari del ReGola – che era il primo cavaliere Mastrodigusto – erano prediletti tra gli altri e godevano del più grande rispetto. Per anni ed anni i modelli alimentari si riferirono al sistema da loro costruito e mantenuto.

Questo perchè il tema della salute si collegava, direttamente, a quello del piacere, secondo un meccanismo estremamente semplice.

La natura e le proprietà delle cose si possono conoscere e comprendere attraverso i cinque sensi e questi erano curati, sviluppati e mantenuti proprio nel culto del buono che fa bene, anche grazie ai Mastrodigusto che, proprio per questo, favorendo la sensibilità del gusto, che incorpora proprio la natura e la proprietà delle cose, consentiva di raggiungere la loro conoscenza in modo più diretto e profondo.

La prima legge, la costituzione dello ius gastronomicus, fonte primaria di tutte le regole del regno recitava, nella sua semplicita un solo articolo:

ciò che è buono fa bene.

Il piacere dunque si considerava come perfetta guida alla salute.

Il paese giardino rigoglioso prosperava, ReGola regnava fiero e il suo popolo viveva felice nell’Eden, come in una favola.

Ma non tutto era destinato ad essere sempre rose e fiori, cibo e piacere, bacco, tabacco e venere.

E fu così che venne il maleficio.

Quando un popolo è felice e sta bene, lavora per vivere, è educato al gusto e coltiva il bello non ha bisogno d’altro, difficilmente cede alle lusinghe del superfluo grossolano e non aspira ad essere altro rispetto a quello che è, né ciascuno pensa di poter fare quel che altri fanno e che lui stesso non sa fare.

Fu proprio il Superlfluo Malfatto ad imbrogliare le acque.

Avvelenò le chiare e limpide fonti del regno con veleni apparentemente inodori ed insapori, ma molto insidiosi.

Istruzioni, decreti, circolari, regolamenti, interpretazioni e sentenze sconvolsero la gerarchia delle fonti sovvertendo costituzioni, leggi, codici, usi e consuetudini del diritto al piacere delle regole.

Chiunque poteva cambiare le regole, con nuove disposizioni malfatte senza autorità, senza autorevolezza, senza gerarchie, senza ragione, senza un perchè.

Ogni riferimento a fatti e circostanze attualmente esistenti non è intenzionale, ma purtroppo coincidente

Con le fonti avvelenate, diventò pericoloso attingervi, ma inevitabile.

In tutto il regno si verificarono gravi affievolimenti della sensibilità dei cinque sensi, ma fu proprio il gusto ad avere la peggio e pian piano si arrivò quasi alla sua scomparsa, se ne perse la sensibilità e si perse il senso del piacere, con il tempo se ne perse la memoria e se ne ignorò l’esistenza.

Insensibilità ed ignoranza ebbero il sopravvento.

L’articolo unico della Costituzione fu esplicitamente abrogato da una nota di un’usciere ministeriale che qui si riporta pedissequamente:

L’ignoranza è una benedizione,

ma perché la benedizione sia completa

l’ignoranza deve essere così profonda

da non sospettare neppure se stessa.

Ogni riferimento a fatti e circostanze attualmente esistenti non è intenzionale, ma purtroppo coincidente.

E così fu.

Fu perduto il rispetto per ReGola e parimenti avvenne per la regola del piacere che alimentava il benessere del suo regno.

Si perse il gusto del piacere, il gusto delle regole, il gusto di stare bene ed il gusto del gusto apparve ingiusto.

I Mastrodigusto subirono le peggiori persecuzioni, prima tutti volevano diventare Mastrodigusto, ma siccome non c’era più gusto li si relegò nel luogo della memoria più angusto, senza trambusto.

Cominciarono le carestie, il benessere cessò e prevalse sul bene il male.

Nacquero e si svilupparono dissidi nel popolo che, perdendo il piacere del buon cibo e del buongusto, subì la vergogna di sommovimenti e lotte intestine.

Due pricipali fazioni si fronteggiavano:

i livellari che tendevano ad appiattire verso il basso i livelli di ogni eccellenza, che scomparve;

e gli enfiteuti che propugnavano la mediocrità per primeggiare con la loro inettitudine.

Tra livellari ed enfiteuti, scoppiò una lotta senza quartiere che fece emergere i peggiori costumi del periodo, i cosiddetti Usi Cinici, che ridussero il popolo in servitù e portarono il paese

dal demanio al demonio

e

dal giardino delle favole

alla miseria delle favelas.

ReGola fu detronizzato e leggenda vuole che fu proprio in quel frangente che pronunciò la famosa frase “il mio regno per un timballo”.

Fu esiliato all’isola d’Erba, dove dapprima divenne vegetariano e successivamente, caduto in depressione, si ridusse a mangiare (si fa per dire) solo tofu e latte di soia, avendo smesso di mangiare cose buone come carne, pesce, e tutti i derivati animali come uova, latticini, latte, burro, panna, yogurt e miele.

Subì l’onta di vedersi cambiare il nome da ReGola a ReGano.

E vennero, così, gli anni dell’edonismo reganiano.

Dimagrì moltissimo e perse le forze, assumendo un colorito verdechiaro.

Nelle notti di luna piena lo chiamavano nelle dismesse sale da ballo all’isola d’Erba per riprodurre, nostalgicamente, l’effetto psichedelico che tanto era diffuso negli anni felici tra i figli dei fiori, ormai divenuti, con l’avvento dei livellari e degli enfiteuti,

da figli dei fiori

ad

ascendenti della sterpaglia.

Fu proprio dopo una nottata psichedelica che ReGano, già ReGola, pensò di farla finita e mentre albeggiava, si trascinò scoglionato, verso le scogliere scoscese dell’isola d’Erba, meditando la fine.

Camminò per ore ed ore e all’imbrunire lo sorprese un temporale, imprecò alla ricerca di un rifugio ed intravide tra i rovi un manufatto diroccato, lo raggiunse e prima di entrarvi, in pieno delirio da ReGano, si chiese

‘aiuto, sono in stipula, chissà se sarà accatastato come unità collabente ovvero sia rilevabile aliunde la sua conformità alle risultanze censuarie.’

Ruppe gli indugi ed entrò.

Rimase sorpreso per quanto rilevò.

Doveva essere stato un A7 di prima classe, di 10 vani catastali.

Fece qualche passo, la terra si aprì improvvisamente ed apparve una grossa pietra di forma rotonda, che aveva nel mezzo un grosso sigillo di bronzo.

ReGano (già ReGola) riuscì a sollevare la pietra, sotto la quale si poté vedere una lunga scala che conduceva in basso, sotto il suolo, nel buio.

“AhAh” proferì ReGano, al sommo del delirio “e questo sarà accatastato?”

Ma fu debolezza di un attimo, prese a scendere le scale e la pietra si chiuse con un tonfo sordo sopra di lui che rimase solo, al buio, nell’ipogeo … sottoterra insomma.

Intravide o ebbe l’impressione che ancora più giù ci fosse una luce ed a tentoni tentò di avanzare verso di essa. La scala conduceva a sua volta a tre sale che attraversò circospetto e si ritrovò in una cucina perfettamente attrezzata, pulita e scintillante, e pronta per cucinare, come ai tempi migliori del regno di ReGola.

Vide la pentola nel camino pronta per preparare un bel ragù di cinghiale nostrale.

Desiderò di prepararsi l’ultima cena da leccarsi i baffi e, con lo spirito dell’ultimo desiderio di un condannato, appicciò la legna sotto la pentola.

Non appena le prime fiamme cominciarono a lambire la pentola, d’un tratto la luce prima s’attenuò e poi si spense del tutto lasciandolo al buio.

Avendo conservato la memoria della cucina alla luce, raggiunse l’acciarino che aveva visto vicino alla pentola e lo appicciò dando di nuovo fuoco alla legna sotto la pentola nel camino.

Nel buio si vide allora una piccola luminescenza fuoriuscire dalla pentola via via sempre più luminosa, e in questa pian piano prese forma una gigantesca sagoma: brexit, si appresentò il Genio che si mostrò da subito con modi garbati e gentili, tanto che ReGano pensò che fosse il GenioCivile.

Questi spiegò che ReGano era il suo padrone, che poteva comandarlo e chiedergli di esaudire un desiderio.

ReGano si meravigliò e contrariato disse:

“e checazzo però, in tutte le favole i desideri sono almeno tre e tu vuoi concedermene uno solo, non dimenticare che io sono il tuo padrone”

il Genio rispose:

“queste sono le circolari del GenioCivile, mi dispiace, posso esaudire un solo desiderio”

“ahh, così fai?! vabbuò un solo desiderio – disse ReGano – il mio desiderio è che tu debba esaudire tre desideri”

“mi hai frecato, sei stato geniale” rispose il Genio, mantenendo il suo aplomb, confermandosi, così, un GenioCivile

“ma sappi che un desiderio, una volta esaudito, non puoi richiederlo di nuovo. Tre desideri, non uno di più. Chiedi e ti sarà dato”

ReGano espresse il primo desiderio che poi concideva con il suo ultimo desiderio da condannato: facciamoci una mangiata fatta a mestiere, come una volta nel mio regno, che resti impressa nella storia, come una cena da Trimalcione.

Immediatamente apparvero, come d’incanto, tavoli finemente imbanditi di ogni bendidio, di cibi, bevande, coloniali ed affini, da annaffiare con pozioni paradisiache servite in bellissime coppe d’oro da bellissime donne con almeno la quinta coppa C.

“Ciò che è buono fa bene e mi sento meglio mò che prima” andava recitando, come un mantra, con la bocca piena, ReGano.

Poco a poco si vide ritornare sul suo viso il colorito della salute e si sentì di nuovo ReGola.

Decise di fuggire dall’isola d’Erba e così l’indomani stesso, dopo una ricca colazione, riunì gli isolani e così si congedò:

“Signori, vi annuncio la mia partenza, il mio Erbrexit.

Vi lascerò questa sera stessa. Il mio regno ha bisogno di ReGola, livellari ed enfiteuti lo portano alla rovina.”

E partì verso il suo regno. Unico bagaglio la pentola con il suo magico contenuto e l’acciarino.

Nella pentola aveva fatto in tempo a stivare quanta più erba possibile.

In fondo partiva dall’isola d’Erba.

Ben presto raggiunse le rive della terra un tempo di favola, deciso a liberare il suo popolo dall’oppressore.

Era il momento di esprimere il secondo desiderio e così fece. Collocò la pentola su di una pira di sterpi e le diede fuoco. Prontamente il Genio si manifestò:

“Padrone ReGola il tuo secondo desiderio?”

“Oggi rivedo i miei amati compaesani e vorrei partecipassero tutti, insieme a me, al più grande banchetto di sempre, più importante della più grande festa nuziale; un evento conviviale che faccia ritornare alla memoria i fasti passati, affinchè ciascuno possa riappropriarsi del senso del gusto perduto.”

Il Genio sembrava perplesso e disse:

“padrone mio e questo nun è nu desiderio, è nu miracolo, per riuscirci devo almeno avere una materia prima da trasformare, ma su questa landa non c’è rimasto più niente, sembra la terra dei fuochi”

ReGola per nulla scoraggiato esclamò:

“ma non hai visto che c’è nella pentola?

C’è l’erba, l’ho portata apposta, usa quella”

E il Genio usò l’erba e fece il prodigio che passò alla storia come il miracolo delle nozze di canna.

Pani e pesci, carni e vino, frutta e verdura, zucchini alla scapece e, dulcis in fundo, la pietanza più amata da ReGola: la pasta alla norma.

Altro che miracolo, quello che era ridotto un lazzaretto si purificò, i sensi sopiti davanti a tutto quel bendidio, si risvegliarono.

I ciechi ci videro, i sordi ci sentirono, i senza olfatto si annusarono e i senza gusto si gustarono.

Non andò bene per i senza tatto che si toccarono troppo e diventarono ciechi, ma non si può avere tutto.

Le popolazioni già ridotte in servitù ed in uno stato di totale incoscienza, ebbero percezione consapevole della loro ignoranza e se ne vergognarono.

Tornò l’armonia nelle valli, ma anche sui monti, le fonti si decontaminarono e fu ristabilita la loro gerarchia.

Si manifestò simultaneamente, in tutto il regno, la ricomparsa dei migliori sentimenti e del gusto, con il ritorno dei Mastrodigusto che provvidero immediatamente all’affrancazione dei livelli ed alla devoluzione dei fondi enfiteutici, da cui derivò la conseguente estinzione di livellari ed enfiteuti.

L’ultimo desiderio fu esaudito con l’indizione di un simposio tra narrazione e partecipazione su “le fonti della gioia di vivere tra etica e piacere”, dove si affermò la legge naturale, spontanea, non dettata secondo la quale

L’etica non è solo giustizia è piacere

IL PIACERE DELLE REGOLE

e vissero tutti felici e contanti … fino a tremila euro.

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C’era una volta una regola. Fiaba sulla legalità. ultima modifica: 2016-07-02T10:56:34+02:00 da Antonio di Lizia
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