Accesso alla professione: riflessioni di un commissario di concorso

Continua il dibattito in tema di accesso alla professione notarile con la pubblicazione di un articolo del Prof. Gianluca Sicchiero, componente della commissione di concorso per notaio indetto con dd 2 ottobre 2017

In un breve racconto pubblicato su um mio blog, che ha avuto un notevole riscontro nel mondo del notariato, ho ricostruito l’avventura del concorso notarile visto dalla parte dei commissari (vedi al riguardo altro precedente articolo di un commissario).

di Gianluca Sicchiero, avvocato e professore ordinario di diritto privato presso l’Università Cà Foscari di Venezia

Uno degli aspetti più faticosi del nostro lavoro è stato determinato dalle particolari condizioni in cui si è operato per la predisposizione dei compiti scritti.
Come ho già raccontato, dominano sopra le altre le esigenze di segretezza ed imparzialità e questo impedisce alle commissioni di predisporre i temi prima del giorno stesso in cui verranno svolti: chiunque potesse avere, prima di quel giorno, la minima idea dell’argomento che sarà affidato ai candidati, potrebbe involontariamente farsi sfuggire una parola e rovinare tutto.
L’alternativa a preparare i temi all’ultimo minuto, sarebbe di riunire la commissione il giorno prima in una clausura da cui non si esca fisicamente, ma dubito che esistano commissari disposti anche a questo.
Dunque il tema in sé è il frutto di ore di lavoro che cominciano alle 6 di mattina del giorno del compito; non è facile –o meglio, è impossibile- in quelle condizioni trovare un equilibrio perfetto: ogni commissario porta il proprio contributo, ma la somma di questi apporti è diversa dal semplice accostamento dei diversi temi da organizzare in un titolo.
Lo dico perché vi sono state lamentele sulla difficoltà di certe parti dei temi ed effettivamente non ogni domanda era così facile, ma era il meglio che si poteva fare.
A parte giustificare le condizioni che oggettivamente mettono in difficoltà i commissari, il punto da tenere in considerazione è però un altro: questo è un concorso notarile, ovvero un concorso al termine del quale i vincitori saranno muniti del sigillo che consentirà loro di attribuire pubblica fede agli atti che loro stessi confezioneranno.
E’ una funzione, ovvero come tutti sanno un potere attribuito nell’interesse altrui: l’interesse di tutta la collettività, dunque di ognuno di noi, alla fiducia che si ripone sulla persona del notaio e sul suo operato.
In quello scritto ho riportato scherzosamente diversi svarioni colti nei compiti: lasciatemi però sottolineare, entrando nel serio al posto del faceto, quanto sia grave che un laureato in giurisprudenza rasenti l’analfabetismo nello scrivere delle frasi perfino incomprensibili o non si renda conto della banalità di certe affermazioni, che dimostrano una totale assenza di spirito pratico e di concretezza.
Si può mai dire che l’indegnità è stata messa nel codice per fermare le stragi familiari? o che il regolamento sui testamenti comunitari serve per arginare il fenomeno dei flussi immigratori?
E come si fa a dire che il testamento sarebbe regolato dalla legge americana, salvo poi scriverlo in base al codice italiano?
Hanno passato lo scritto in 109 su 1366 e di questo abbiamo sentito molte lamentele (rovesciate rispetto a quelle del precedente concorso…).
Posso dire, da quel che ho visto, che nella massa dei bocciati più d’uno nel futuro riuscirà a passare il concorso, perché qui è stato sfortunato: ricordo un paio di candidati bravissimi che però hanno travisato la traccia di diritto commerciale, creando una sapa tanto ben fatta quanto appunto fuori di traccia o un altro candidato che aveva scritto compiti perfetti, ma non ha consegnato l’ultimo foglio del tema di commerciale, forse portato via per sbaglio con la brutta copia.
Non è a questi che mi riferisco, ma alla gran parte di candidati che sembravano affrontare i temi come una sorta di quiz da compilare.
Anzitutto i compiti erano compilati in gran parte con modalità identiche e non per copiatura, quanto perchè riflettevano lo stesso modo di impostazione.
E’ mai possibile che il testamento, nella parte dispositiva, cominci così: “(eventuale revoca di precedenti disposizioni)” –parentesi incluse- e non con “revoco ogni mia precedente disposizione“?

E’ un atto, non si può scrivere in quel modo, se non perché nella testa del candidato è poco chiaro quello che sta facendo, ovvero ed appunto scrivendo un testamento e si adatta alle formule che ha appreso in modo acritico.
Com’è possibile che moltissimi compiti avessero mezze pagine in bianco tra una clausola e l’altra, se non perchè chi li scriveva non è mai entrato in uno studio notarile?

Le prove orali sono state, sia pure con candidati idonei, la cartina di tornasole di questa generale inadeguatezza dei candidati: chi aveva fatto o ancora stava facendo la pratica in uno studio notarile, era perfettamente lucido: sapeva esattamente di cosa si stava parlando e rispondeva con equilibrio, mentre per altri si è capito che avevano passato le notti insonni sui libri scoprendo solo allora che gli atti vanno tassati in modo diverso a seconda se una prestazione sia soggetta ad iva o meno…

Devo dire poi che la parte sulla deontologia dimostra che i candidati notai non hanno la minima idea di come funzioni la professione notarile; capisco che molte cose si impareranno con il tempo, ma altre devono essere ben chiare fin da subito, abbiamo fatto finta di non sentire esattamente qualche risposta ricevuta sugli obblighi di assistenza allo studio…

Credo che una parziale soluzione al problema dei concorsi sia di comprendere anzitutto che si tratta, in realtà, di un problema di preparazione dei candidati, che non vanno istruiti per superare il concorso, ma per diventare notai.
A questo fine si dovrebbe imporre una pratica effettiva, ove il notaio attesti che il praticante ha studiato determinate materie e compilato positivamente determinati atti (ovviamente atti da praticante), come accade per gli avvocati, che sottoscrivono il libretto della pratica a conferma di quel che indica il praticante.

Non deve essere una pratica sostitutiva della frequenza di scuole notarili, dove i candidati possono concentrarsi sugli aspetti più teorici che magari nello studio notarile non possono essere trattati tutti sistematicamente, ma che la integri per dare un senso di effettiva concretezza a quanto rischia altrimenti di essere pura teoria.

Questa parte della formazione è un dovere deontologico del notaio, che non deve prestarsi ad avallare pratiche formali; se fatta bene, consentirebbe di limitare l’accesso al concorso ai soli candidati che dimostrino di aver “compiuto” la pratica proficuamente sulla base del parere positivo del notaio.

Immagino infatti che un notaio non metterebbe mai la propria firma di compiuta pratica sul libretto di un candidato incapace di compilare in italiano un atto giuridico e, d’altro canto, una pratica seria indurrebbe i veri praticanti a confidare che la firma del notaio dimostri che ora sono in grado di affrontare adeguatamente il concorso.

La retorica forse lo dice meglio: chi sarebbe disponibile a montare su un aereo il cui pilota abbia superato l’esame di abilitazione avendo solo studiato a scuola, ma senza mai essere salito su un aereo?

E perché, invece, un notaio dovrebbe essere capace di svolgere la sua altissima funzione, anche se mai abbia visto com’è fatto uno studio notarile e fatte proprie le incombenze concrete di questa professione?

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Accesso alla professione: riflessioni di un commissario di concorso ultima modifica: 2019-09-04T09:00:52+02:00 da Redazione Federnotizie